Architetti che devi conoscere: Gio Ponti L'architetto che passava dalla sedia al grattacielo

Architetti che devi conoscere: Gio Ponti L'architetto che passava dalla sedia al grattacielo

Questo articolo fa parte della serie Architetti che devi conoscere. I capitoli precedenti approfondiscono il lavoro di Carlo MollinoSamuel RossLina Bo Bardi, Gaetano PescePatricia Urquiola, Carlo Scarpa Rem Koohlaas.

Una sedia talmente leggera da poter essere sollevata con un dito. Da qui si può iniziare a capire Gio Ponti, ancora prima di arrivare agli edifici monumentali o alla lunga lista dei suoi progetti. La Superleggera, prodotta da Cassina dal 1957, sembra quasi scomparire nella sua struttura sottile in frassino e nella seduta in paglia intrecciata. Proprio quella leggerezza l’ha resa una delle immagini più resistenti del design italiano.

Dentro quella sedia c’è molto più di un esercizio tecnico. C’è l’idea che un oggetto quotidiano possa essere preciso, elegante, utile e allo stesso tempo pieno di grazia. Ponti cercava la leggerezza come modo di pensare, prima ancora che come riduzione di peso. Togliere ciò che appesantisce, lasciare ciò che serve, rendere una forma essenziale senza farla diventare fredda.

Una sola visione

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Gio Ponti nasce a Milano nel 1891, si laurea in architettura al Politecnico nel 1921 e attraversa più di cinquant’anni di progetto passando dall’architettura al design, dalla ceramica all’editoria, dagli interni agli oggetti industriali. La sua importanza sta nella capacità di tenere insieme tutte queste direzioni dentro lo stesso discorso. Una casa, una sedia, una rivista, una maniglia o un grattacielo potevano partecipare alla stessa idea di abitare. Oggi siamo abituati a parlare di creativi capaci di attraversare più linguaggi, mentre lui lo faceva già in un momento in cui il progetto era diviso in categorie molto più rigide.

Disegnava oggetti, costruiva edifici, dirigeva riviste, immaginava interni e collaborava con l’industria trattando ogni ambito come parte di una stessa cultura dell’abitare. Nel 1928 fonda Domus, una rivista che diventerà uno degli strumenti più importanti per raccontare architettura, arredamento, arti applicate e modi di vivere contemporanei. 

In questo senso, Domus è un progetto di architettura allargato. Costruisce uno sguardo. Porta nelle case dei lettori idee, stanze, materiali, artigiani, industrie e architetti. Aiuta a definire cosa poteva essere una casa moderna, cosa poteva significare eleganza, come il progetto poteva entrare nella vita quotidiana senza restare confinato nei musei o negli ambienti per pochi.

Villa Planchart, la bellezza da abitare

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La casa, per Ponti, era uno dei luoghi in cui questa visione diventava più completa. Villa Planchart, progettata negli anni Cinquanta a Caracas per Anala e Armando Planchart, racconta benissimo questo modo di lavorare. Ponti la pensò in ogni dettaglio, dall’architettura agli interni, dagli arredi al rapporto con il paesaggio. Era un mondo costruito pezzo per pezzo, dove luce, colori, oggetti, arte e vita domestica dovevano parlarsi.

Villa Planchart mostra un Ponti internazionale, capace di portare la propria idea di casa lontano dall’Italia evitando l’effetto di uno stile esportato meccanicamente. La villa si apre al paesaggio di Caracas, assorbe luce e colore, mette insieme precisione progettuale e piacere quotidiano. È colta, sofisticata e profondamente viva. Nasce per essere ammirata e soprattutto abitata.

Questa è forse una delle sue qualità più grandi. Anche nei progetti più raffinati, il legame con l’uso rimane centrale. La bellezza non arriva sopra la funzione come un’aggiunta. La rende più intelligente, più vicina alle persone. Una sedia deve reggere il corpo, certo, e può anche cambiare il modo in cui una stanza respira. Una casa deve proteggere e può insegnare a guardare meglio la luce.

Il Pirellone, un grattacielo leggero

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Lo stesso principio cambia scala nel Grattacielo Pirelli di Milano. Il progetto definitivo prende forma a metà degli anni Cinquanta, con una torre in cemento armato alta 127 metri e 31 piani, sviluppata insieme a figure come Pier Luigi Nervi e Arturo Danusso. Il Pirellone diventa uno dei simboli dell’Italia del boom economico, un edificio tecnico, urbano, aziendale, attraversato da una silhouette sottile e sorprendentemente elegante.

Qui la leggerezza riguarda la presenza di un grattacielo dentro la città. Ponti riesce a immaginare un edificio alto senza farlo apparire pesante, una torre moderna capace di entrare nello skyline milanese con precisione e misura. La pianta si restringe verso le estremità, la forma sembra tagliata e slanciata, l’edificio diventa immediatamente riconoscibile.

È interessante pensare che la stessa parola possa contenere la Superleggera e il Pirellone. Da una parte c’è una sedia in legno, dall’altra una torre di cemento armato. Due scale opposte, due funzioni lontanissime, attraversate dallo stesso desiderio di ridurre il peso visivo delle cose. Per Ponti era una forma di disciplina, un modo per evitare l’eccesso senza rinunciare alla presenza.

Taranto e Denver, Ponti oltre i confini

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Questo atteggiamento ritorna anche nella Concattedrale Gran Madre di Dio di Taranto, progettata tra il 1964 e il 1970. Qui Ponti lavora su un edificio religioso moderno, con una facciata in cemento bianco che sembra quasi una vela, uno schermo, una struttura sospesa tra architettura e simbolo. L’acqua davanti alla chiesa riflette la facciata e rende l’edificio ancora più immateriale, come se la massa del cemento cercasse di diventare luce.

La Concattedrale rivela un Ponti capace di affrontare anche il tema spirituale attraverso un linguaggio moderno, luminoso e astratto. La chiesa diventa una presenza costruita per parlare a una città nuova e a un’idea moderna di comunità. Il progetto cerca un rapporto con chi entra, con chi guarda, con chi attraversa quello spazio nella vita quotidiana.

Ponti porta questa idea anche fuori dall’Italia. Il Denver Art Museum, inaugurato nel 1971 e oggi conosciuto come Martin Building, è l’unico progetto completato negli Stati Uniti dal maestro italiano. L’edificio, otto piani per circa 210.000 square feet, permise al museo di riunire le proprie collezioni sotto un unico tetto, diventando una presenza riconoscibile e sfaccettata. La sua forza sta proprio nella capacità di passare da un oggetto piccolo a un edificio enorme senza perdere il filo. Ogni progetto era un’occasione per chiedersi come rendere la vita più abitabile. 

Dalla sedia al grattacielo

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Oggi il rischio, con Gio Ponti, è guardarlo attraverso le sue icone senza leggere il pensiero che le tiene insieme. La Superleggera, Domus, il Pirellone, Villa Planchart, la Concattedrale di Taranto, il Denver Art Museum sono immagini fortissime, già entrate nella storia del design e dell’architettura. Proprio per questo possono diventare mute. Le riconosciamo, le citiamo, le vediamo riprodotte ovunque, e a volte dimentichiamo la visione che le ha generate.

La bellezza, per lui, era un modo di dare forma all’intelligenza delle cose. Per questo la Superleggera resta il punto perfetto a cui tornare. Una sedia normale, destinata a essere consumata nel tempo. Un oggetto semplice che contiene artigianato, industria, ricerca, cultura italiana e una certa idea di eleganza. Ponti riusciva a unire il gesto quotidiano e la grande architettura.

Sapeva che il modo in cui ci sediamo, abitiamo, leggiamo, guardiamo e attraversiamo una città costruisce la nostra esperienza del mondo. Gio Ponti voleva rendere la vita più leggera perché aveva capito che il design funziona davvero quando smette di essere un settore e diventa un modo di abitare. Il suo lavoro continua a ricordarci che la modernità migliore trova un modo più luminoso per vivere il presente.

 

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