
11 Luglio 2026
Architetti che devi conoscere: Patricia Urquiola La designer che mette insieme gli opposti
Questo articolo fa parte della serie Architetti che devi conoscere. I capitoli precedenti approfondiscono il lavoro di Carlo Mollino,Samuel Ross, Lina Bo Bardi e Gaetano Pesce
Ci sono designer che diventano riconoscibili perché continuano a ripetere una forma, un colore o un materiale. Patricia Urquiola ha fatto quasi il contrario. Ha progettato sedute morbide e oggetti rigorosi, interni pieni di materia e prodotti costruiti per essere smontati, lavorando tra industria, artigianato, tecnologia e memoria senza scegliere una sola direzione. Il suo stile esiste, ma non coincide con una formula. Sta nel modo in cui prende elementi apparentemente lontani e li convince a stare insieme.
Tufty Time, modularità e flessibilità
Tufty-Time, il sistema di sedute disegnato per B&B Italia nel 2005, è forse il modo più semplice per entrare nel suo pensiero. Urquiola parte da due immagini molto riconoscibili del salotto tradizionale, il Chesterfield e il capitonné, ma invece di riprodurle le apre, le divide e le trasforma in moduli. Il divano può diventare lineare, angolare, un’isola, una chaise longue o un luogo in cui sedersi da più direzioni. La tradizione rimane visibile, ma smette di imporre un solo modo di stare nello spazio.
È questa una delle sue qualità più interessanti. Urquiola non distrugge ciò che esiste per dimostrare di essere nuova. Lo osserva, lo smonta e cerca di capire cosa possa ancora diventare. In Tufty-Time il capitonné non sparisce, ma perde la propria rigidità. Il salotto non è più organizzato attorno a una posizione precisa e il divano non stabilisce necessariamente dove sedersi o verso cosa guardare. Diventa un paesaggio domestico, più libero e informale, capace di cambiare insieme alle persone che lo utilizzano.
Nel 2025, vent’anni dopo il progetto originale, B&B Italia ha presentato Tufty-Time 20, una nuova evoluzione del sistema. Anche questo aggiornamento racconta bene Urquiola, perché non sostituisce il primo progetto e non prova a cancellarlo. Lo riapre. Mantiene modularità, comfort e flessibilità, ma li adatta a un presente diverso.
Far convivere gli opposti
Patricia Urquiola è nata a Oviedo, in Spagna, nel 1961. Si è formata tra Madrid e il Politecnico di Milano, dove si è laureata nel 1989, e nel 2001 ha aperto il proprio studio, attivo tra product design, interni e architettura. Vive e lavora a Milano ed è Art Director di Cassina dal settembre 2015. Sono informazioni utili per collocarla, ma non bastano a spiegare il suo lavoro. La parte più interessante è il modo in cui questa identità sospesa tra più culture e discipline è diventata un metodo progettuale.
Il suo studio parla di un approccio che unisce dimensione umanistica, tecnologica e sociale, cercando connessioni inattese tra ciò che conosciamo e ciò che non abbiamo ancora esplorato. Non è soltanto una dichiarazione teorica. Nei suoi progetti si traduce nella capacità di far convivere opposti senza obbligarli a somigliarsi. Il morbido incontra il tecnico, l’industria entra in contatto con il gesto artigianale, una memoria del passato può diventare la base di un prodotto contemporaneo.
Per questo raccontarla soltanto attraverso il colore, le forme accoglienti o una generica idea di design sensoriale sarebbe riduttivo. La morbidezza nei suoi lavori non è mai debole e il comfort non coincide semplicemente con l’aggiunta di imbottitura. Dietro una seduta avvolgente c’è sempre un ragionamento sulla struttura, sul corpo e sul modo in cui le persone si muovono o stanno insieme.
Una naturalezza costruita con precisione
La collezione Fjord, disegnata per Moroso nel 2002, nasce dall’immagine di una conchiglia rotta e levigata dalle onde. La forma naturale viene osservata dopo che il tempo e l’acqua l’hanno trasformata, poi diventa una famiglia di sedute che cambia scala e funzione. Anche qui Urquiola non copia la natura in modo decorativo. Le interessa il processo, il modo in cui qualcosa può perdere la propria forma originale senza perdere identità.Fjord appare organica, quasi spontanea, ma quella naturalezza è costruita con grande precisione. È proprio in questa tensione che il suo lavoro diventa riconoscibile.
Gli oggetti sembrano semplici da vivere, ma non sono mai semplici da progettare. Accolgono il corpo senza rinunciare alla struttura e comunicano leggerezza anche quando dietro la forma esiste una ricerca tecnica complessa. Questa capacità di lavorare sugli opposti le ha permesso di collaborare con aziende, materiali e scale molto diversi senza trasformare ogni progetto nella copia del precedente. La domanda allora nasce quasi da sola. Come si resta riconoscibili quando si produce così tanto?
Far dialogare passato e futuro
La risposta è che Urquiola non ripete necessariamente le forme, ma ripete un atteggiamento. Parte spesso da qualcosa di conosciuto e lo mette in discussione senza distruggerlo. Una tipologia tradizionale diventa più libera, un materiale industriale acquista una qualità tattile, una forma naturale viene tradotta attraverso la tecnologia. Ciò che torna non è l’aspetto finale dell’oggetto, ma il modo in cui è stato pensato.
La nomina ad Art Director di Cassina nel 2015 ha reso questa attitudine ancora più evidente. Urquiola non si occupa più soltanto di disegnare singoli prodotti, ma partecipa alla costruzione dell’identità complessiva del marchio, lavorando sul rapporto tra archivio storico, ricerca contemporanea, showroom, allestimenti e nuovi modi di immaginare la casa. Il passaggio è importante perché mostra come il suo metodo possa funzionare non soltanto sulla scala di una sedia o di un divano, ma dentro un sistema molto più ampio.
Anche in questo caso il tema non è scegliere tra passato e futuro. È capire come farli dialogare senza ridurre il primo a nostalgia e il secondo a una forma spettacolare. Per Urquiola innovare non significa necessariamente disegnare qualcosa che sembri arrivare dal futuro. Può voler dire rileggere un archivio, cambiare il modo in cui un materiale viene usato o progettare un oggetto pensando già a ciò che gli accadrà quando non servirà più.
Comfort e sostenibilità
Mon-Cloud, il divano progettato per Cassina, porta questo ragionamento dentro uno degli oggetti più complessi della casa. Il divano imbottito viene tradizionalmente costruito unendo materiali difficili da separare e recuperare. Urquiola lo ripensa in chiave circolare, riducendo fortemente l’uso degli elementi schiumati e lavorando su una struttura pensata per alleggerire la forma e facilitare la gestione dei suoi componenti.
Il risultato sembra una nuvola sollevata da terra, generosa e accogliente, ma dietro quell’immagine morbida c’è un progetto preciso. Ancora una volta, Urquiola mette insieme due dimensioni che spesso vengono raccontate come opposte. Il comfort non viene sacrificato in nome della responsabilità e la sostenibilità non viene usata come una storia da aggiungere alla fine. Entra nel modo in cui l’oggetto viene costruito.
È qui che il suo pensiero diventa particolarmente attuale. Per anni il futuro del design è stato rappresentato attraverso forme fredde, materiali artificiali e oggetti che sembravano provenire da un altro pianeta. Urquiola suggerisce una direzione diversa. Un progetto è contemporaneo quando riesce a durare, trasformarsi, essere ripensato e rispondere a bisogni che non restano fermi.
Un modo aperto di progettare
Anche le nostre case, del resto, hanno smesso di avere funzioni così rigide. Lo stesso spazio può diventare luogo di lavoro, riposo, incontro e isolamento nel corso di una sola giornata. I suoi mobili rispondono a questa instabilità senza viverla come un problema. Non cercano di fissare una sola postura o un’unica composizione, ma lasciano aperta una possibilità di cambiamento.
Il suo lavoro dimostra che la coerenza non dipende necessariamente dalla presenza di una firma visiva immediata, ma dalla continuità di un pensiero. Si può cambiare forma, materiale, scala e linguaggio continuando a fare le stesse domande.Come può un oggetto essere accogliente senza diventare prevedibile? Come può la tecnologia conservare una qualità umana? Come si può rispettare la tradizione senza restarne prigionieri? E come può l’industria produrre bellezza assumendosi anche la responsabilità di ciò che lascia dietro di sé?
Patricia Urquiola non ha costruito uno stile chiuso, ma un modo aperto di progettare. La sua identità vive proprio nella disponibilità a cambiare, contaminare linguaggi e rimettere in discussione soluzioni che sembravano già complete. Il segreto è non ripetersi, senza mai smettere di essere riconoscibile.


























