
04 Luglio 2026
Architetti che devi conoscere: Gaetano Pesce Il designer che liberava gli oggetti dalla perfezione
Questo articolo fa parte della serie Architetti che devi conoscere. I capitoli precedenti approfondiscono il lavoro di Carlo Mollino, Samuel Ross e Lina Bo Bardi.
Un sole rosso scende tra i grattacieli di New York, ma invece di sparire dietro l’orizzonte entra direttamente in un soggiorno. Gli edifici diventano sedute, lo skyline si ammorbidisce e una delle città più dure del mondo si trasforma in un divano. Si chiama Tramonto a New York e Gaetano Pesce lo disegna nel 1980 per Cassina. Basta guardarlo per capire il suo modo di intendere il design. Un oggetto non doveva limitarsi a funzionare bene, ma doveva contenere un’immagine, un pensiero, una storia capace di rimanere nella testa.
A prima vista sembra quasi una cartolina diventata tridimensionale. Poi ci si accorge che dentro quel divano c’è molto di più. C’è il rapporto di Pesce con New York, città che avrebbe scelto come casa pochi anni dopo, ma anche l’idea di portare un paesaggio urbano dentro uno spazio domestico. La città non viene semplicemente rappresentata, viene resa morbida, vicina, abitabile. Perché un divano dovrebbe essere soltanto un divano?
Oggetti che non restano in silenzio
Pesce non accettava che gli oggetti restassero in silenzio. Voleva che avessero un carattere, un’opinione, a volte perfino un umore. Tramonto a New York non cerca di adattarsi con discrezione a una stanza, ma entra nello spazio e cambia tutto ciò che gli sta intorno. È impossibile ignorarlo. Per Pesce il design non serviva a produrre forme educate e neutrali, ma oggetti capaci di essere ricordati.
Cassina lo ha rieditato nel 2022 in una serie limitata di cinquanta esemplari, più di quarant’anni dopo il progetto originale. Eppure non sembra un oggetto arrivato dal passato. Potrebbe essere stato disegnato oggi, in un momento in cui mobili, interni e prodotti vengono fotografati e condivisi prima ancora di essere utilizzati. La differenza è che Pesce non cercava semplicemente un’immagine forte. Cercava un modo per inserire un pensiero dentro la materia.
Nato a La Spezia nel 1939, formatosi in architettura a Venezia e trasferitosi a New York nel 1983, Gaetano Pesce ha attraversato design, arte, architettura e sperimentazione senza mai accettare confini troppo rigidi. È morto nel 2024, ma il suo lavoro continua a sembrare difficile da collocare in un periodo preciso. Le sue opere sono colorate, ironiche, morbide e spesso divertenti, ma sotto questa apparente leggerezza si nasconde quasi sempre una posizione chiara.
UPS5_6 e la libertà negata
La sua opera più conosciuta è probabilmente la poltrona UP5_6, progettata nel 1969. La seduta richiama le forme di un corpo femminile, mentre il pouf sferico legato alla poltrona sembra una palla al piede. L’oggetto è morbido e accogliente, quasi giocoso, ma racconta una libertà negata. Pesce voleva parlare della condizione della donna e del peso di una società che continuava a limitarla.
È proprio questa contraddizione a rendere la poltrona ancora potente. Ci si può sedere, ma non la si può guardare senza vedere anche la catena. Il comfort e la prigionia convivono nello stesso oggetto, permettendo a Pesce di portare un messaggio politico dentro un prodotto industriale. Non scrive un manifesto e non inserisce una frase sulla parete. Disegna una poltrona che riesce a parlare da sola.
Oggi la UP5_6 viene spesso definita un’icona del design, ma questa parola rischia di renderla più innocua di quanto fosse nelle intenzioni del suo autore. Quando un oggetto diventa famoso, infatti, la sua immagine può finire per nascondere l’idea da cui è nato. Nel caso di Pesce bisogna fare il percorso contrario e tornare al momento in cui qualcuno decise che una seduta industriale potesse essere comoda e, nello stesso tempo, denunciare una forma di oppressione. Pesce non credeva che il design dovesse essere neutro e non considerava la perfezione un obiettivo assoluto. Al contrario, vedeva nell’uniformità un limite.
Nessuno è perfetto, nemmeno gli oggetti
La produzione industriale nasce per creare migliaia di copie uguali dello stesso oggetto. Pesce prova invece a immaginare una serie in cui ogni elemento possa cambiare leggermente. Utilizza resine, schiume, feltro, colature e colori che non reagiscono sempre nello stesso modo. Lascia una variazione di colore, un bordo irregolare o una superficie diversa diventino parte dell’identità dell’oggetto.
Poi nasce Nobody’s Perfect, una collezione in cui tavoli, sedute e contenitori cambiano per forma, colore e spessore. Una famiglia di oggetti simili e mai completamente uguali. Il titolo non è una scusa per giustificare un risultato impreciso, è una dichiarazione. Nessuno è perfetto e non c’è alcun motivo per fingere che gli oggetti debbano esserlo. Pesce non cercava di far sembrare artigianale qualcosa che era stato completamente controllato. Progettava processi nei quali la differenza poteva accadere davvero, lasciando che ogni pezzo conservasse qualcosa di unico e imprevedibile.
Questo pensiero oggi appare ancora più attuale. Viviamo circondati da interni che si assomigliano, oggetti progettati per entrare nelle stesse fotografie e colori scelti dagli stessi algoritmi. Anche l’imperfezione viene spesso studiata e riprodotta in serie. Una coperta viene appoggiata nel punto giusto per sembrare casuale, una superficie viene resa irregolare per comunicare autenticità, un difetto viene ripetuto migliaia di volte fino a diventare un’altra forma di perfezione. Pesce voleva produrre una differenza reale, non costruirne solo l’immagine.
La forma decisa dalla materia
Anche Feltri, la poltrona progettata per Cassina negli anni Ottanta, nasce da questo rapporto libero con la materia. Pesce prende il feltro di lana, lo irrigidisce con la resina soltanto nella parte inferiore e lascia morbida quella superiore. La struttura sostiene il corpo, mentre i bordi possono aprirsi, piegarsi e avvolgere chi si siede. La poltrona sembra allo stesso tempo una coperta, un mantello, un trono e un rifugio.
Il materiale non viene costretto a nascondere la propria natura. È proprio il feltro, con il suo peso e la sua flessibilità, a suggerire la forma finale. Pesce non partiva sempre dall’immagine perfetta di un oggetto per obbligare poi la materia a seguirla. Osservava ciò che il materiale poteva fare e costruiva il progetto insieme a lui. Forse è proprio qui che il suo design diventa più umano. Non soltanto perché molti oggetti ricordano il corpo, ma perché ne condividono l’instabilità e le contraddizioni. Possono essere morbidi e rigidi, ironici e politici, funzionali e strani. Non cercano di risolvere ogni contrasto, ma permettono a più significati di convivere dentro la stessa forma.
Gaetano Pesce aveva capito che la perfezione può creare distanza. Un oggetto troppo perfetto sembra concluso, intoccabile, quasi indifferente a chi lo utilizza. I suoi lavori, invece, chiedono sempre una reazione. Non sono sempre facili da inserire in una casa, ma una volta incontrati diventano difficili da dimenticare.
Un tramonto dentro il soggiorno
È per questo che Tramonto a New York rimane un’immagine così forte. Pesce prende una metropoli verticale, rumorosa e spesso ostile e la rende morbida. Trasforma i grattacieli in cuscini e permette a chiunque di sedersi dentro lo skyline. Non elimina la complessità della città, ma la porta a una dimensione più vicina al corpo. Quel sole rosso non è una semplice decorazione. È un’emozione che ha trovato una forma, ma anche l’idea che persino qualcosa di enorme e apparentemente invincibile possa attraversare un tramonto. Pesce riesce a inserire tutto questo dentro un divano, senza smettere di progettare un oggetto che può essere realmente utilizzato.
Il suo lavoro continua a sembrare così contemporaneo per questo motivo. Ha dimostrato che un prodotto può essere industriale senza diventare anonimo, funzionale senza restare muto e imperfetto senza essere incompleto. Ha liberato gli oggetti dall’obbligo di comportarsi bene, lasciandoli cambiare, parlare e prendere posizione. Gaetano Pesce aveva capito che la perfezione, prima o poi, finisce per ripetersi. La differenza invece rimane viva, entra in una stanza, cambia ciò che le sta intorno e continua a restare nella testa anche quando abbiamo smesso di guardarla.





























