La città è pubblica solo se puoi restare Perché l’architettura parla sempre più di appartenenza?

La città è pubblica solo se puoi restare Perché l’architettura parla sempre più di appartenenza?

Una città può sembrare aperta a tutti e, allo stesso tempo, far sentire molte persone fuori posto. Può avere piazze nuove, panchine di design, facciate pulite, vetrine curate, alberi appena piantati e spazi pedonali perfetti per essere fotografati. Può sembrare più bella, più sicura, più ordinata. Ma la vera domanda non è se uno spazio sia aperto. È se puoi restarci.

Puoi sederti senza comprare niente? Puoi attraversarlo senza sentirti osservato? Puoi passarci del tempo se sei adolescente, anziano, rider, studente, migrante, lavoratore, disoccupato, turista, persona sola? Puoi stare lì senza dover dimostrare di appartenere al target giusto? È qui che l’architettura smette di parlare solo di forma e inizia a parlare di appartenenza.

Il diritto di usare un luogo

Il London Festival of Architecture 2026 ha scelto come tema “Belonging”. Non è una parola neutra. Appartenenza può sembrare un concetto morbido, quasi poetico, ma oggi è una delle domande più politiche che si possano fare alla città. Perché non riguarda solo il sentirsi rappresentati da un luogo. Riguarda il diritto di usarlo, attraversarlo, abitarlo, modificarlo, occuparlo con il proprio corpo senza sentirsi un errore dentro l’inquadratura.

Per molto tempo abbiamo giudicato gli spazi urbani attraverso categorie abbastanza semplici: sono belli? Sono funzionali? Sono sicuri? Sono sostenibili? Oggi queste domande non bastano più. Uno spazio può essere bello e respingente, efficiente e freddo, sostenibile e socialmente selettivo. Può avere il verde, la pavimentazione giusta, la luce giusta, il bar giusto, ma non essere davvero pubblico. Perché il pubblico non è solo una categoria urbanistica. È una condizione emotiva, sociale, economica.

Molti spazi contemporanei sembrano aperti, ma funzionano come luoghi a ingresso invisibile. Non hanno cancelli, ma hanno codici. Ti dicono quanto puoi restare, come devi comportarti, cosa puoi fare, quanto devi consumare, che tipo di presenza è accettabile. Sono piazze che sembrano salotti, cortili che sembrano showroom, quartieri che sembrano brand identity. Luoghi pensati per essere attraversati, fotografati, vissuti per un tempo controllato. Non necessariamente abitati.

È una trasformazione sottile, perché non passa sempre dall’esclusione esplicita. Nessuno ti dice di andare via. Semplicemente capisci che quello spazio non è stato pensato per te. Lo capisci dalla mancanza di sedute libere, dall’assenza di ombra, dai prezzi dei bar intorno, dalla sorveglianza, dalla pulizia eccessiva, dal modo in cui alcuni corpi sembrano disturbare l’immagine del luogo. La città contemporanea non espelle sempre con muri e cancelli. A volte lo fa con l’atmosfera.

Poter restare senza acquistare 

Per questo parlare di appartenenza in architettura è importante. Perché la città non è fatta solo di edifici, ma di segnali. Alcuni luoghi ti invitano a restare. Altri ti permettono solo di passare. Alcuni ti fanno sentire parte di qualcosa. Altri ti fanno sentire ospite, anche se ci vivi accanto da anni. È la differenza tra uno spazio pubblico e uno spazio che si limita a sembrare pubblico.

Secondo UN-Habitat, gli spazi pubblici sono fondamentali per la qualità della vita urbana, l’identità civica e l’inclusione sociale. Il punto però non è soltanto quanti spazi pubblici esistono, ma come funzionano davvero. Una piazza non è inclusiva solo perché è accessibile fisicamente. Lo è se persone diverse possono usarla in modi diversi senza sentirsi tollerate a fatica. Uno spazio pubblico non dovrebbe chiedere a tutti di comportarsi allo stesso modo, ma permettere a presenze diverse di convivere.

Per molti giovani, la casa è spesso piccola, condivisa, temporanea, costosa o ancora legata alla famiglia. La città dovrebbe diventare il luogo dell’autonomia, ma spesso non offre abbastanza spazi dove stare senza consumare. Biblioteche, parchi, skatepark, centri culturali, campetti, scale, piazze, cortili e youth club diventano fondamentali perché offrono qualcosa che il mercato non concede facilmente: tempo non monetizzato.

Non è un caso che, nel Regno Unito, il dibattito sugli youth clubs sia tornato forte. Dopo anni di tagli e chiusure, si parla di nuovi spazi per giovani non solo come servizi sociali, ma come infrastrutture emotive e urbane. Posti dove puoi andare non per comprare, performare o produrre, ma semplicemente per stare. Questa è una cosa enorme. Perché in una città dove quasi ogni esperienza passa dal consumo, poter restare senza acquistare nulla diventa quasi radicale.

Una città apparentemente più aperta

@newstoryhomes Sustainable initiatives like green spaces can add a ton of value to a community as long as they’re designed to be inclusive of the people who live there. #urbanplanning #edutok #learnontiktok #sustainability #affordablehousing original sound - new story

L’appartenenza non è comfort generico. Non significa rendere tutto piacevole per tutti in modo neutro. Significa riconoscere che la città è attraversata da corpi diversi, paure diverse, età diverse, economie diverse. Una ragazza che torna a casa di notte non vive lo stesso marciapiede di un uomo adulto. Un anziano non vive la stessa piazza di un gruppo di studenti. Un rider non vive lo stesso spazio di chi lo attraversa per fare shopping. Una persona disabile sa immediatamente se una città è stata pensata anche per lei o se la sua presenza è stata considerata dopo.

URBACT sottolinea che gli spazi pubblici accessibili e inclusivi sono fondamentali per comunità più coese, resilienti e vivibili. Ma l’inclusione non può restare una parola da bando europeo o da rendering istituzionale. Deve diventare una verifica concreta: chi usa davvero questo spazio? Chi lo evita? Chi viene visto come presenza naturale e chi come problema? Chi può fermarsi e chi viene spinto a muoversi?

Il punto più scomodo è che molte città oggi parlano di inclusione mentre progettano per pubblici molto precisi. Turisti, professionisti mobili, consumatori, creativi, nuovi residenti, persone che rendono un quartiere più desiderabile. È la stessa logica che trasforma alcune aree urbane in immagini da vendere: più pulite, più curate, più leggibili, ma anche più selettive. La città diventa apparentemente più aperta, ma in realtà più calibrata. Più “bella”, ma meno imprevedibile.

Questo non significa che ogni forma di rigenerazione sia negativa. Uno spazio degradato può e deve essere migliorato. Una piazza può essere resa più sicura, più verde, più accessibile, più viva. Il problema nasce quando la trasformazione cancella i modi di abitare che non rientrano nella nuova immagine. Quando il quartiere diventa più bello per chi arriva e meno abitabile per chi c’era già. Quando lo spazio pubblico viene progettato come esperienza, ma non come possibilità di appartenenza.

Nessuno si sente espulso

Forse l’architettura parla sempre più di appartenenza perché abbiamo capito che abitare non significa solo avere un tetto. Significa avere luoghi in cui il corpo non deve giustificarsi. Luoghi dove puoi sederti, aspettare, incontrare qualcuno, stare da solo, essere giovane, essere vecchio, essere rumoroso, essere lento, essere fuori moda, non consumare, non performare. Luoghi che non ti chiedono subito quale valore porti.

La città è pubblica solo se puoi restare. Non basta poter entrare in una piazza, attraversare un cortile, camminare in un quartiere rigenerato. Bisogna potersi fermare senza sentirsi un elemento fuori posto. Bisogna poter esistere senza diventare cliente, turista, contenuto o problema.

Forse il futuro dell’architettura non si misurerà solo dalla qualità degli edifici, ma dalla qualità delle presenze che riesce a contenere. Non da quanto uno spazio è iconico, ma da quante persone possono sentirsi legittime al suo interno. Non da quanto una città sa attirare, ma da quanto sa trattenere senza selezionare troppo.Perché il vero spazio pubblico non è quello che appare aperto. È quello in cui nessuno si sente gentilmente espulso.

Continua a leggere