Architetti che devi conoscere: Lina Bo Bardi La designer che lasciava spazio alle persone

Architetti che devi conoscere: Lina Bo Bardi La designer che lasciava spazio alle persone

Questo articolo fa parte della serie Architetti che devi conoscere. I capitoli precedenti approfondiscono il lavoro di Carlo Mollino e Samuel Ross.

Ci sono edifici che sembrano chiedere silenzio. Quelli di Lina Bo Bardi fanno quasi il contrario. Sono costruiti con cemento, vetro, strutture industriali e superfici volutamente imperfette, ma non mettono le persone in soggezione. Invitano a entrare, attraversare, fermarsi e usare lo spazio liberamente. La loro forza non sta soltanto nella forma, ma in tutto ciò che può accadere al loro interno.

Roma e San Paolo

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Achillina Bo, conosciuta come Lina Bo Bardi, nacque a Roma nel 1914. Dopo la formazione in architettura si trasferì in Brasile nel 1946 insieme al marito Pietro Maria Bardi e ottenne la cittadinanza brasiliana nel 1951. Architetta, designer, curatrice e intellettuale, morì a San Paolo nel 1992, lasciando un lavoro nato dall’incontro tra la sua formazione italiana e la cultura brasiliana.

Lina Bo Bardi non progettava luoghi da osservare da lontano. Immaginava architetture che diventavano complete soltanto quando venivano vissute. Per lei una piazza piena di persone, un tavolo condiviso, un bambino che gioca o qualcuno che si ferma senza una ragione precisa non erano elementi secondari. Erano il vero progetto.

Il MASP a San Paolo

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Il MASP di San Paolo racconta bene questa idea. Il grande volume di vetro e cemento sembra sospeso sopra Avenida Paulista, lasciando sotto di sé uno spazio libero lungo 74 metri. Un gesto spettacolare, ma anche estremamente concreto: invece di occupare tutto il terreno, Bardi lo restituisce alla città. Quello spazio diventa una piazza aperta a manifestazioni, mercati, incontri e persone che possono viverla anche senza entrare nel museo.

È probabilmente questa una delle parti più contemporanee del suo lavoro. Oggi ogni metro della città sembra dover produrre qualcosa: consumo, passaggio, profitto, visibilità. Lina lasciava invece spazio anche a chi voleva semplicemente restare. Un luogo pubblico non era davvero pubblico soltanto perché accessibile, ma perché permetteva alle persone di sentirsi libere al suo interno.

L'arte come bene accessibile e libero a interpretazione

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La stessa libertà continua nelle sale del MASP. Le opere non vengono appese lungo un percorso rigido, ma presentate su lastre di vetro inserite in basi di cemento. I dipinti sembrano galleggiare nello spazio, mentre i visitatori possono muoversi tra immagini provenienti da epoche e luoghi diversi senza seguire una direzione obbligata. Anche le informazioni sulle opere sono collocate sul retro, così il primo incontro avviene attraverso lo sguardo e soltanto dopo attraverso la spiegazione.

Lina Bo Bardi voleva rendere l’arte meno intimidatoria. Il museo non doveva stabilire quale opera osservare per prima o suggerire al visitatore come comportarsi. Doveva offrire una struttura e poi lasciare libertà. È lo stesso principio che attraversa tutta la sua architettura: costruire spazi forti senza trasformarli in luoghi autoritari.

Il SESC Pompéia

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Questo pensiero trova la sua espressione più completa nel SESC Pompéia, nato dalla trasformazione di una vecchia fabbrica di San Paolo. Lina avrebbe potuto cancellarne il passato industriale e creare un centro culturale più ordinato e rassicurante. Scelse invece di mantenere i capannoni, le superfici segnate e le strutture esistenti, aggiungendo grandi volumi di cemento collegati da passerelle sospese. Il risultato è uno degli edifici più riconoscibili del Brasile, una piccola città coperta dove sport, teatro, musica, lettura, cibo e riposo convivono senza separazioni troppo rigide. 

Lina progettava la socialità attraverso i gesti più semplici: mangiare insieme, sedersi, aspettare, parlare, osservare gli altri. Non cercava di costruire una versione perfetta della vita collettiva, ma un luogo capace di accoglierne il disordine. Per questo il SESC è ancora vivo: non sembra un monumento rimasto fermo nel tempo, ma uno spazio che continua a cambiare insieme alle persone che lo attraversano.

La Bowl Chair

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Anche nei mobili torna la stessa idea. La Bowl Chair, disegnata nel 1951, è composta da una struttura metallica e da una seduta concava che può essere inclinata e orientata in direzioni diverse. Non impone una postura unica e non decide esattamente come debba essere usata. Lascia al corpo la possibilità di scegliere come accomodarsi.

La Casa de Vidro

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La Casa de Vidro, il suo primo progetto costruito e la casa in cui visse con Pietro Maria Bardi, mostra il lato più intimo di questa ricerca. Completata nel 1951, sospesa sopra il terreno e immersa nella vegetazione, unisce la trasparenza dell’architettura moderna a un interno pieno di libri, opere d’arte, mobili e oggetti artigianali. Non è una casa perfetta e svuotata, ma un ambiente vissuto, stratificato e continuamente trasformato dalla vita quotidiana.

Il lavoro di Lina non può quindi essere letto come una semplice esportazione del modernismo europeo in Brasile. La parte più interessante è il modo in cui quella formazione venne progressivamente trasformata dal contatto con l’artigianato, con la cultura popolare, con i materiali locali e con le abitudini quotidiane dei cittadini. Il Brasile non fu soltanto il luogo in cui lavorò, ma il contesto che cambiò profondamente la sua idea di architettura.

Per questo definirla soltanto brutalista sarebbe riduttivo. Il cemento è una parte evidente del suo linguaggio, ma non è il suo vero centro. Lina era interessata soprattutto a ciò che poteva accadere dentro e intorno agli edifici

La libertà come eredità culturale

Oggi molti spazi vengono pensati per funzionare prima nelle fotografie e poi nella vita reale. Lina Bo Bardi ci ricorda invece che l’architettura non termina quando il progetto è completo: inizia quando qualcuno utilizza lo spazio in un modo che il progettista forse non aveva previsto.

Lina Bo Bardi progettava la vita quotidiana perché aveva capito che sono i gesti più normali a dare davvero senso all’architettura. Fermarsi, parlare, mangiare, giocare, aspettare. Costruiva luoghi in cui anche la normalità potesse avere valore, lasciando che l’architettura fosse importante, ma mai quanto le persone che la abitano.