
09 Agosto 2026
Il lato più sorprendente dei cimiteri italiani Da Busto Arsizio a Napoli, l'Italia funeraria oltre le guide turistiche
Ci sono luoghi in Italia che continuiamo a chiamare cimiteri, anche se spesso funzionano come piccole città. Hanno portici, piazze, giardini, cappelle, scale, soglie, scorci improvvisi, silenzi molto diversi tra loro. Alcuni sembrano musei all’aperto, altri rovine moderne, altri ancora architetture civili travestite da luoghi sacri. La cosa interessante è che raccontano le città da un punto di vista laterale, meno turistico, spesso più sincero. Il modo in cui una comunità costruisce il luogo dei propri morti dice molto sul modo in cui vuole essere ricordata.
Per questo i cimiteri italiani più interessanti vanno cercati anche fuori dalle guide più prevedibili. Il Monumentale di Milano, Staglieno a Genova, la Certosa di Bologna e il Verano a Roma restano capolavori enormi, pieni di scultura, architettura e storia. Accanto a questi esiste un’Italia funeraria più nascosta, fatta di ampliamenti brutalisti, cimiteri post-catastrofe, isole lagunari, ossari popolari e memoriali che sembrano progettati per rallentare il corpo più che per impressionare lo sguardo. Il cimitero smette di essere solo un luogo di visita e diventa un modo per capire come l’architettura affronta il ricordo.
Brutalismo ed essenzialità
Il cimitero monumentale di Busto Arsizio è un punto di partenza perfetto perché spiazza. L’ampliamento realizzato da Luigi Ciapparella all’inizio degli anni Settanta sembra arrivare da un immaginario lontanissimo dall’idea classica del camposanto italiano. Cemento, moduli ripetuti, grandi aperture circolari, strutture insieme pesanti e sospese. SOS Brutalism descrive il complesso come una serie di sedici moduli quadrati disposti attorno a un centro, con nicchie, scale e grandi vuoti rotondi nella struttura. Visto oggi ha qualcosa di quasi cinematografico, a metà tra brutalismo lombardo, infrastruttura sacra e set di fantascienza.
A Modena, il cimitero di San Cataldo di Aldo Rossi e Gianni Braghieri porta il discorso in una zona più metafisica. Qui l’architettura costruisce una città essenziale, fatta di geometrie elementari e silenzi lunghi. Tutto appare familiare e allo stesso tempo straniante. Visit Modena racconta il progetto come una città surreale e dechirichiana, in cui il rapporto privato con la morte torna a essere rapporto civile con l’istituzione. San Cataldo trasforma il cimitero in una forma urbana ridotta all’osso, un modello mentale della città.
Il luogo della memoria
Il cimitero di Longarone ha un peso diverso. Qui l’architettura nasce dopo una ferita collettiva. Il Vajont, nel 1963, distrugge il paese e lega per sempre memoria, paesaggio e ricostruzione. Il nuovo cimitero, progettato da Gianni Avon, Francesco Tentori e Marco Zanuso tra il 1966 e il 1972, viene collocato in località Muda Maè, più in alto rispetto al centro abitato. È una risposta spaziale a una tragedia, oltre che un luogo di sepoltura. La memoria qui passa attraverso il rapporto con il territorio, con l’idea di una comunità costretta a ricostruire se stessa anche nel modo in cui ricorda i propri morti.
Ad Altivole, in provincia di Treviso, il Memoriale Brion di Carlo Scarpa è uno dei luoghi in cui l’architettura italiana ha dato alla morte una forma più precisa e più sensibile. Commissionato nel 1969 da Onorina Tomasin Brion in memoria del marito Giuseppe Brion, il complesso è oggi un bene FAI. Acqua, cemento, mosaici, soglie, percorsi, giardini e dettagli si tengono insieme in un equilibrio molto raro.
Scarpa costruisce un’esperienza di passaggio, oltre che un monumento familiare. Ogni elemento obbliga a rallentare, a cambiare direzione, a guardare più da vicino. Il Memoriale Brion dimostra che un cimitero può diventare una sequenza di gesti: entrare, camminare, abbassare lo sguardo, attraversare l’acqua, fermarsi.
Dialogare con la storia
A Orvieto, l’ampliamento del cimitero civico progettato da Massimiliano Fuksas tra il 1983 e il 1991 aggiunge un’altra possibilità. Il progetto lavora su torri, scorci prospettici e relazione con il cimitero preesistente, in una città già fortemente segnata dalla propria immagine storica. Qui il tema è la stratificazione. Un cimitero si aggiunge a ciò che esiste, si appoggia a riti, materiali, percorsi e memorie precedenti. L’intervento di Fuksas rende visibile questa tensione tra antico e contemporaneo, tra collina, pietra, mura e nuove architetture della sepoltura.
A Jesi, l’ampliamento del cimitero comunale firmato da Leonardo Ricci, Franco Luminari e Silvano Rossini tra il 1984 e il 2001 porta il tema verso una scala ancora diversa. Il progetto ha qualcosa di urbano e di paesaggistico insieme. Scale, terrazzamenti, percorsi, volumi e vuoti costruiscono un luogo che sembra salire, aprirsi, organizzare la memoria come una topografia. Ricci arriva a questo progetto nella fase finale della sua carriera, dopo una ricerca lunga sul rapporto tra architettura, comunità e spazio collettivo. A Jesi il cimitero diventa quasi una città sospesa, un’architettura che contiene tombe e prova a dare ordine a un’esperienza difficile da ordinare.
La memoria come rito collettivo
Poi c’è San Michele, a Venezia, che appartiene a un altro immaginario. Qui il cimitero è un’isola. Ci si arriva attraversando la laguna, e già questo basta a cambiare tutto. La separazione tra vivi e morti diventa geografica, visibile, concreta. La brochure ufficiale di Veritas lo definisce un luogo unico al mondo, legato a una lunga storia che va dal complesso monastico al monumentale impianto ottocentesco, fino all’ampliamento progettato da David Chipperfield. San Michele funziona perché Venezia amplifica ogni gesto: anche andare al cimitero diventa un piccolo viaggio verso una città silenziosa dentro la città.
Fuori dalla categoria del cimitero monumentale classico, il Cimitero delle Fontanelle a Napoli racconta un rapporto ancora diverso con la morte. È un ex ossario nel Rione Sanità, scavato nel tufo, legato al culto delle anime pezzentelle e alla cura popolare delle “capuzzelle”. Il Comune di Napoli ne ha comunicato la riapertura dal 18 aprile 2026, restituendo alla città uno dei suoi luoghi più identitari. Qui la bellezza passa da una relazione collettiva, quasi domestica, con i resti anonimi. È uno spazio crudo, stratificato, potentissimo, dove la memoria prende la forma di un rito condiviso.
Viviamo in città piene di rumore e spazi progettati per essere consumati in fretta. I cimiteri impongono una velocità più bassa. Sospendono il consumo, la produttività, perfino il bisogno di capire subito. Sono spazi pubblici dove il tempo si accumula invece di sparire. In alcuni casi sono radicali, in altri poetici, in altri ancora difficili da guardare. Restano luoghi in cui l’architettura accetta di misurarsi con qualcosa che non può risolvere.

























