Gli oggetti comuni hanno smesso di essere belli Dai lampioni agli stipiti delle porte, dove vive oggi l’anima delle cose di tutti i giorni?

Gli oggetti comuni hanno smesso di essere belli Dai lampioni agli stipiti delle porte, dove vive oggi l’anima delle cose di tutti i giorni?

Sei alle elementari ed il giovedì dopo scuola vengono a prenderti i nonni, vai a casa loro per passare il pomeriggio tra compiti ed una merenda fatta in casa. Preparano un caffè - che vorresti assaggiare, ma non ti è permesso - con una moka Bialetti. È bellissima, è luccicante, è semplicemente perfetta. Sapresti contare le volte che ti sei meravigliato di fronte ad oggetti apparentemente comuni? 

Anni dopo su un manuale di «storia del design» ti ritrovi, sorprendentemente, a studiare quegli stessi oggetti che prima di quel momento hanno fatto, inconsapevolmente, parte della tua infanzia. La poltrona dove sedeva sempre il tuo zio preferito è firmata Gio Ponti, quella buffa lampada nella camera da scapolo di tuo padre è una Magistretti di Artemide, anche la bottiglietta Camparisoda che veniva stappata a Natale porta la firma di Depero.

Oggi ti affacci alla tua vita da adulto e cerchi una casa in affitto - magari addirittura a Milano - hai una visita programmata subito dopo l’ufficio, cammini di fretta e per un attimo ti soffermi sul tram che sta per passare: è diverso, è uno di quelli nuovi che hanno portato dalla Spagna. Come sono affascinanti i vecchi tram, qualche linea è rimasta uguale nonostante il tempo che passa. Hanno riqualificato un’altra piazza, i bei lampioni in ghisa ora lasciano spazio a dei nuovi lampioni di ultima generazione.

La casa è accettabile, abbastanza spaziosa, abbastanza centrale. Ti guardi in giro e tutto sembra essere uscito da un annuncio di airbnb, non ci sono dettagli curiosi, nulla merita di essere osservato per più di qualche secondo.  Chi ha deciso che gli oggetti comuni dovessero sfuggire alla bellezza? 

La bellezza è un diritto di tutti

@monipicchi In via Telesio si nasconde un luogo speciale: lo storico studio di Franco Albini e Franca Helg. A fine anno la Fondazione Franco Albini, che ora custodisce la preziosa eredità dell’architetto italiano, cambierà sede. Quindi rimane pochissimo tempo per immergersi in quello che fu lo spazio creativo del designer. Consulta tutte le date e le visite disponibili, sul sito della fondazione. Link in bio. Hidden in Via Telesio lies a true gem, the historic studio of Franco Albini and Franca Helg. A timeless space where the spirit of Italian design still lingers. By the end of the year, the Franco Albini Foundation will be moving to a new location. so there’s still a little time left to visit the studio and experience the world of one of Italy’s great designer. Check the official website for available dates and guided tours. Link in bio. Via Telesio 13, Milano #francoalbini #francahelg #italiandesign suono originale - Monica Picchi

Quando si è pensato per la prima volta di portare gli oggetti nel mondo dell’industria per renderli prodotti in serie, si voleva rendere il lusso degli oggetti di qualità un diritto di tutti.  La produzione in serie cambia il modo in cui gli oggetti arrivano nelle case e nelle città. Oggetti che prima richiedevano il tempo e la mano di un artigiano possono ora essere prodotti per centinaia, poi migliaia, di persone. Il design moderno nasce per rispondere ad una domanda che sembra semplice: come fare in modo che un oggetto possa essere utile, economico, e allo stesso tempo, bello?

Prima della produzione industriale la bellezza era un privilegio, per un nuovo tavolo da pranzo per otto persone bisognava rivolgersi ad un professionista, attendere settimane (o mesi), ma soprattutto avere la capacità economica di sostenere un lavoro minuzioso e che richiedeva un certo periodo di tempo. La rivoluzione industriale porta con sé una democratizzazione della bellezza. 

Nel dopoguerra italiano, il design diventa lo strumento più potente di questa democrazia; Gio Ponti è tra coloro che più di altri lavorano perché la qualità del progetto riesca ad uscire dai salotti dell’élite e ad incontrare, finalmente, il grande pubblico. Non è un caso che proprio da una collaborazione con La Rinascente nasca nel 1954 il Compasso d’Oro, il premio destinato a celebrare il miglior design prodotto dall’industria italiana. L’idea, in fondo, era piuttosto radicale: se un oggetto deve essere usato da tutti, perché non dovrebbe essere anche bello?

Italians do it better

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La buona notizia è che, per comprare qualcosa di bello, non serviva più avere un castello. A un certo punto il design italiano decide di scendere dal piedistallo e la Rinascente è solo lo spartiacque di una tendenza che arriverà a toccare ogni cosa. Dagli uffici alle strade, dalle cucine alle case di tutti. Grazie al Compasso d’Oro il design comincia a parlare la lingua della produzione industriale: quella delle cose che puoi comprare, usare, rompere e ricomprare. Così la bellezza smette di essere su misura. 

Nelle cantine di moltissime case degli italiani vive una Lettera 22 firmata Marcello Nizzoli che aspetta solo di essere passata con un panno acchiappapolvere. È anche la storia di Olivetti, che forse più di chiunque altro capisce che un’azienda può produrre milioni di oggetti senza doverli trattare come milioni di oggetti. La stessa cosa accade con una lampada dei Castiglioni, una sedia in plastica di Kartell o un giocattolo - la famosa scimmietta Zizì - di Bruno Munari.  Il design italiano rompe le barriere elitarie dell’arte e si insinua con efficacia nella vita delle persone, quello che anche Gio Ponti definì bellezza diffusa. 

Dal cucchiaio alla città

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Se una sedia può essere bella ed utile, perché non dovrebbe esserlo anche una panchina?  Se posso scegliere con cura la lampada sopra il tavolo da pranzo, perché dovrei rassegnarmi a un lampione qualsiasi appena esco di casa? È qui che entra in gioco il famoso «Dal cucchiaio alla città» di Ernesto Nathan Rogers: il design può occuparsi di tutto, dal piccolo oggetto che teniamo in mano alla città in cui ci muoviamo ogni giorno. La vera democratizzazione del bello alla fine è quando non devi nemmeno comprarlo: è già lì, su una panchina, aspettando il tram.

Le cabine telefoniche di Alberto Rosselli, le insegne della metropolitana milanese progettate da Bob Noorda, le vecchie pensiline, i tram, i lampioni, tutti oggetti che hanno un’utilità molto precisa, ma nel frattempo diventano anche parte del paesaggio e dell’immaginario collettivo. Non sono opere d’arte e nessuno paga per andare a vederle. Del resto, la città è il più grande oggetto di uso quotidiano che abbiamo. Non possiamo metterla nel carrello, cambiarla perché non ci piace o restituirla entro trenta giorni. Ci viviamo dentro.

Il bello che ci serve

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Non è solo una questione di gusto. I colori influenzano la percezione di uno spazio: alcune tonalità favoriscono il rilassamento e altre l’attenzione, persino la luce può cambiare del tutto il modo in cui viviamo una stanza. A volte ci bastano pochi secondi per capire se ci sentiamo bene in un posto o se vorremmo scappare. Il trend nascente tra i locali più cool è quello di riscoprire vecchie insegne, sedie di formica, piatti spaiati, lampade degli anni Sessanta, macchine da scrivere e qualunque cosa che abbia avuto una vita precedente. Alcuni lo chiamano vintage, altri nostalgia. Ma qualsiasi sia il nome che vogliamo affibbiargli, funziona. 

L’inversione che col tempo si è creata è che l’artigianato è rimasto usufrutto di pochi, giustamente costoso e, quegli oggetti di design - che i più fortunati possono riscoprire a casa di qualche parente - hanno acquisito valore e rarità nel tempo, diventando ugualmente inaccessibili. La città è oggi uno dei pochi luoghi nei quali poter cercare un po’ di bellezza involontaria. 

Sacrifichiamo il bello in nome dell'efficienza

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Nel frattempo, gli oggetti sono diventati più intelligenti, più efficienti, più sostenibili, più resistenti. Un tram oggi può dirci quasi tutto quello che sta succedendo mentre ci porta da una parte all’altra della città. Una lampada consuma pochissimo, si accende con un tocco e dura anche anni. Una panchina viene progettata per resistere a qualsiasi cosa. Siamo diventati bravissimi a far funzionare le cose.

E così, mentre la tecnologia rende gli oggetti sempre più sofisticati, la qualità estetica sembra essere diventata una specie di optional additivo: la troviamo nelle case di chi può permettersela e negli oggetti vintage che siamo disposti a pagare più del loro valore originario. Fuori da questi spazi, il bello sembra poter essere sacrificato in nome dell’efficienza. Viene lasciato indietro tutto quello che non era strettamente necessario al loro funzionamento, quei dettagli di colore e di forma che appartengono ai ricordi un po’ di tutti. 

La bellezza degli oggetti comuni non è mai stata una questione limitata all’estetica. Era un modo per ricordarci che anche le cose più insignificanti meritavano attenzione. I vecchi caloriferi in ghisa nel riscaldare una stanza la arredavano, le porte intarsiate potevano separare due camere e, allo stesso tempo, contribuire alla bellezza di entrambe. Non si è persa la capacità di creare oggetti belli, quanto più l’aspettativa che la bellezza debba trovarsi anche nelle cose che non abbiamo scelto attivamente di guardare. 

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