In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome

In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween  Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome

Ogni ottobre qualcuno torna a lamentarsi di Halloween. Una festa americana arrivata insieme alle zucche di plastica, ai costumi da strega e alla scusa per mangiare caramelle fino a stare male. In parte è vero: da noi si è diffusa tra gli anni Novanta e i Duemila, e secondo un sondaggio Confesercenti e Ipsos del 2024, oggi viene celebrata da una famiglia su due. Chi si lamenta, però, sbaglia data. Il 31 ottobre in Italia non è mai stato niente di speciale, ma ciò che conta è la festa di Ognissanti, il 2 novembre, che aveva già tutto quello che oggi ci sembra importato. Zucche svuotate con una candela dentro, bambini che bussavano alle porte per avere qualcosa da mangiare, parenti defunti che tornavano a casa e, in Sicilia, si presentavano addirittura con i regali.

In Sicilia i morti portavano i regali ai bambini

Per i bambini siciliani, un tempo, il 2 novembre era una giornata molto attesa. Durante la notte, secondo quanto raccontavano i genitori, i parenti defunti tornavano a casa per lasciare dolci e piccoli doni, e la mattina bisognava cercarli sotto i letti, tra i mobili e negli angoli delle stanze, sperando che nonni e bisnonni si fossero ricordati di portare qualcosa di bello.

A raccontarlo fu già Giuseppe Pitrè, il grande studioso del folklore siciliano, in Spettacoli e feste popolari siciliane del 1881 e poi nei suoi studi del 1889, dove annotava che i pupi di zucchero «si fanno trovare come strenna dai parenti defunti ai bimbi il giorno dei morti». Andrea Camilleri, che da bambino metteva il cesto di vimini sotto il letto, ricorda che fino al 1943 ogni casa con un picciriddo quella notte si riempiva di morti di famiglia, che per giocare nascondevano il cesto pieno e lo facevano cercare per tutta la casa. La festa aveva anche i suoi dolci, dalla frutta martorana ai pupi di zucchero, statuette colorate che ancora oggi riempiono le vetrine da fine ottobre. La morte entrava nei racconti di famiglia con una certa dolcezza, con l'idea che chi non c'era più continuasse a ricordarsi dei vivi. 

In Sardegna si chiedeva qualcosa per le anime

Anche in Sardegna i bambini avevano una buona ragione per aspettare i giorni dei morti. Uscivano con sacchetti e federe bianche, bussavano alle porte e chiedevano cibo in nome delle anime: nel sud dell'isola la tradizione si chiama Is Animeddas, altrove Su Mortu Mortu o su bene 'e sas animas, e la formula sull'uscio è sempre una variante di «seus benius po is animeddas» siamo venuti per le piccole anime. Le famiglie davano dolci, frutta secca e prodotti di stagione, e il gesto aveva un senso religioso: dare ai bambini era un modo di fare del bene ai propri morti.

La prima a scriverne fu Grazia Deledda, che nell'autunno del 1893, a ventidue anni, girò ovili e case povere di Nuoro per raccogliere le tradizioni del suo paese. La Regione Sardegna riconosce queste questue come patrimonio dell'isola, precedente alla festa angloamericana; le origini dei singoli riti sono difficili da datare, perché quasi tutto si è tramandato a voce, ma i bambini sardi andavano di porta in porta per le anime ben prima che qualcuno suggerisse loro di farlo vestiti da fantasmi, e in molti paesi ci vanno ancora.

Zucche che illuminano la strada ai morti e babacce

In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween  Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome
In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween  Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome
In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween  Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome
In Italia la festa dei morti esisteva prima di Halloween  Avevamo tutto, con un'altra data e un altro nome

A Orsara di Puglia, sui Monti Dauni, la sera del primo novembre si accendono grandi falò di ginestra e davanti alle case si sistemano zucche intagliate con una candela dentro. Si chiamano cocce priatorje, teste del Purgatorio, e le loro facce scavate ricordano quelle di Halloween, anche se qui rappresentano le anime dei defunti.

La festa prende il nome di Fucacoste e cocce priatorje, falò e teste del Purgatorio: nella notte tra il primo e il 2 novembre le anime tornano a visitare le proprie case, guidate dalla luce delle zucche e scaldate dai fuochi, e le famiglie restano in strada a mangiare quello che cuoce sulle braci. Le zucche illuminate, intanto, continuano a riempire le strade di Orsara ogni novembre, quando il campanile batte le sette,  e qualcuno ad Orsara è convinto che siano stati proprio loro, in realtà, a importare questa tradizione nel nuovo continente. 

Nell'entroterra di Imperia invece, a Rezzo, le zucche svuotate e illuminate dall'interno si chiamano babacce, e il paese le festeggia ancora ogni anno con una festa che la Regione sostiene come evento della tradizione locale. Le usanze liguri del giorno dei morti le ha raccolte l'antropologo Paolo Giardelli, che alle feste e ai riti della regione ha dedicato il volume Il cerchio del tempo.

I dolci dei morti si vendono ancora

E la tradizione è sempre stata anche culinaria. In Lombardia, nei giorni di Ognissanti e dei defunti, si preparava il pan dei morti, un dolce scuro e speziato di frutta secca, uvetta e cacao, nato come pane contadino lasciato in tavola per le anime e reso più ricco dalle pasticcerie milanesi dell'Ottocento. Gli fanno compagnia biscotti dai nomi poco rassicuranti, come le ossa e le fave dei morti, che di fava hanno solo il profilo e vengono dai Romani, per cui la fava era il cibo sacro dei defunti.

In Puglia e Basilicata c'è la colva, grano cotto con melagrana e vincotto, la stessa muscitaglia che a Orsara si mangia davanti ai falò. Oggi basta entrare in una pasticceria tra fine ottobre e novembre per trovarli ancora, di solito accanto a dolci molto più moderni.

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