La vera storia delle streghe italiane, regione per regione Le donne che hanno fatto la stregoneria italiana e i processi che hanno provato a cancellarle

La vera storia delle streghe italiane, regione per regione Le donne che hanno fatto la stregoneria italiana e i processi che hanno provato a cancellarle

C'era una donna, in quasi tutti i paesi italiani, che le altre donne andavano a trovare quando non sapevano più a chi rivolgersi. Abitava un po' fuori, dove le case si fanno rade e comincia la campagna, spesso era vedova, e teneva appesi alle travi della cucina mazzi di erbe a seccare che profumavano tutta la stanza. Sapeva cosa fare quando un bambino non dormiva, quando una ragazza aspettava una lettera che non arrivava, quando una vacca smetteva di dare latte.

Di giorno le portavano le uova in cambio di un decotto e si fermavano a parlare sulla soglia più del necessario. Di notte, se un cavallo si trovava sudato nella stalla o un neonato si svegliava pallido, il suo nome era il primo a venire in mente, sussurrato con la stessa bocca che il giorno prima l'aveva ringraziata. Ogni regione la chiamava in modo diverso, janara, masca, stria, magara, e le attribuiva poteri e difetti diversi. La storia, da Benevento alle Langhe, era sempre quella di una donna sola che sapeva troppe cose: ne ripercorriamo la storia e le leggende, per capire quanto fossero temute e quanto, in fondo, c'era poco da temere. 

Il noce di Benevento e poteri tramandati

A Benevento tutto comincia da un albero. Lungo il fiume Sabato cresceva un noce enorme sotto il quale, dicevano, le streghe si davano appuntamento la notte, e le padrone di casa si chiamavano janare. Il nome ha radice nel nome di una dea: deriva probabilmente da Dianara, seguace di Diana. Un'altra lettura lo fa derivare da ianua, porta, perché la janara entrava nelle case di notte passando sotto l'uscio, senza bisogno di chiave. Nel settimo secolo il vescovo San Barbato fece abbattere il noce, convinto di chiudere così la questione. Questione che però è rimasta aperta per altri tredici secoli.

La janara della tradizione faceva nodi alle criniere dei cavalli, si sedeva sul petto di chi dormiva e intrecciava i capelli dei bambini mentre le madri non guardavano. Era anche, e questo si dimentica sempre, la donna da cui si andava per un unguento o per farsi togliere una fattura, temuta e cercata con la stessa intensità. Per tenerla fuori bastava una scopa appoggiata alla porta: la janara non resisteva alla tentazione di contare i fili di saggina uno per uno e intanto si faceva giorno.

Nelle valli del Piemonte e della Valle d'Aosta, invece, la parola masca appare per la prima volta nell'Editto di Rotari del 643, in cui i Longobardi vietavano di uccidere una serva accusata di essere «striga, quam dicunt mascam». Il fatto che esista una legge, purtroppo, dimostra che qualcuno lo faceva. Le radici della masca affondano nel mondo celtico delle Alpi e il suo potere si passa in punto di morte, di madre in figlia o alla prima persona che accetta di prenderlo, e da quel momento non si restituisce più. Chi lo rifiuta condanna la morente a un'agonia senza fine, perché la masca non riesce a chiudere gli occhi finché non ha consegnato il suo segreto a qualcuno.

Madonna Oriente e i rituali contro il malocchio

In Lombardia, invece, si chiamavano strie, dal latino striga, e sono le streghe di cui sappiamo di più per un motivo di cui sicuramente non dovremmo vantarci: furono le prime a finire davanti a un tribunale, e dei loro racconti sono rimasti gli atti. La stria della pianura e delle valli bresciane e bergamasche usciva di notte verso luoghi precisi, un bosco o una radura, dove si ballava, si mangiava insieme e si imparavano le proprietà delle erbe.

Nelle versioni più antiche, a guidare queste notti c'era una signora gentile, una dama che con un colpo di bacchetta rimetteva in piedi gli animali appena mangiati e passava di casa in casa a benedire quelle tenute in ordine. Era una Diana di campagna, con il senso pratico delle massaie. Fu l'Inquisizione, tra il Trecento e il Cinquecento, a trasformare la dama in diavolo e il ballo in sabba, e da allora la stria è diventata la strega che tutti conosciamo.

In Calabria la strega si chiama magàra, e sa riconoscere e togliere il malocchio, quell'invidia concentrata che da secoli spiega i mal di testa improvvisi, le vacche che smettono di dare latte e gli amori che si raffreddano senza motivo. Da lei si andava con un piatto d'acqua e qualche goccia d'olio, per vedere se le gocce si allargavano o restavano ferme, e si tornava a casa con una formula da ripetere tre volte e un sacchettino di sale in tasca. Molte magare erano levatrici, molte vedove, quasi tutte donne che vivevano un po' in disparte, in case un po' più isolate, con un po' più di libertà di quanta i vicini fossero disposti a tollerare. 

Il processo alle streghe in Italia

Dietro ogni strega c'è sempre qualcuno che riteneva lo fosse, che fosse in realtà una semplice guaritrice o una donna che cercava di far valere i propri diritti. In Italia a farlo furono inquisitori domenicani, vicari di paese e commissari laici, con alle spalle intere comunità che avevano bisogno di spiegare un raccolto andato male o un amore finito. Il caso più celebre resta Triora, nell'entroterra ligure, la Salem d'Italia: nel 1587 due anni di carestia spinsero il parlamento locale a cercare un colpevole, il vicario Girolamo Del Pozzo chiese ai fedeli durante la messa di denunciare le streghe e in pochi mesi le accusate furono una trentina.

Tra loro c'era Franchetta Borelli,  che negli interrogatori fu descritta come la più potente di tutte e che resistette a ore di tortura senza aggiungere una parola a quanto le avevano già estorto. Il commissario genovese Giulio Scribani trasferì le donne nelle carceri di Genova e intensificò le torture. Fu il Sant'Uffizio di Roma, nell'ottobre 1588, a dire basta: Franchetta tornò a casa nel 1589. Pochi anni dopo, nel 1594, a San Miniato finì davanti a un giovane vicario francescano Gostanza da Libbiano, una vedova sessantenne che faceva la tessitrice, la levatrice e la guaritrice, e che il paese aveva chiamato per anni ogni volta che nasceva un bambino o si ammalava un animale.

Dopo il carcere e la tortura, Gostanza confessò tutto e fu l'inquisitore di Firenze, più vecchio e più scettico, a non credere a una parola e a farla liberare, a patto che se ne andasse da San Miniato per sempre. In realtà, le streghe italiane erano quasi sempre così: donne che vivevano un po' in disparte e sapevano un po' troppe cose, con un po' più di libertà per i gusti di chi abitava accanto. Sapevano contare i chicchi di grano, riconoscere un'erba al buio e far addormentare un bambino. La magia, nella maggior parte dei casi, era solo una scusa.

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