Spiegare il culto di San Gennaro a chi non è di Napoli Una tradizione millenaria da cui dipende l’umore dei napoletani

Spiegare il culto di San Gennaro a chi non è di Napoli Una tradizione millenaria da cui dipende l’umore dei napoletani

C’è una sola cosa che può scalfire e incupire l’umore dei napoletani più della sconfitta della squadra del cuore in una partita di campionato: la mancata liquefazione del sangue di San Gennaro. In tal senso, nel libro L’Italia dei miracoli, l’antropologo Marino Niola ricorda una celebre affermazione di Alexandre Dumas: «San Gennaro è il vero dio di Napoli». Non si tratta di un’esagerazione: per i napoletani il martire di Pozzuoli è il santo dell’impossibile che diventa possibile.

A Napoli il rapporto con il sacro non si consuma nel solenne distacco dal divino, ma si riflette in un rapporto quotidiano in cui i santi vengono trattati con una profonda e viscerale carnalità, considerati come membri della propria famiglia, presenze a cui rivolgersi con affetto, confidenza e talvolta anche con un pizzico di risentimento. A Napoli quindi, neanche i santi hanno vita facile: la grazia, più che una semplice concessione dal cielo,  è il frutto di una negoziazione continua. La devozione del popolo, appassionata e teatrale, viene offerta in cambio di un impegno preciso: la protezione e il compimento del miracolo. Ed è in questa rete di “contratti” con le divinità che San Gennaro occupa, nel cuore dei napoletani, un posto d’onore. 

La storia del culto di San Gennaro

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Intorno alla vita di San Gennaro si intrecciano infinite ipotesi, ancora oggi oggetto di acceso dibattito storiografico e teologico. Si racconta che sia nato tra Napoli e Benevento intorno al 272 d.C. e che, divenuto vescovo della comunità beneventana, sia andato incontro al martirio nel 305 d.C., durante la feroce persecuzione anti-cristiana promossa dall'imperatore Diocleziano. Arrestato per aver espresso solidarietà ai confratelli imprigionati, fu condannato alla decapitazione presso la Solfatara di Pozzuoli, dopo che le fiere dell'Anfiteatro Flavio si erano miracolosamente rifiutate di sbranarlo. Secondo la tradizione, fu una pia donna di nome Eusebia a raccogliere il sangue versato dal martire in due ampolle di vetro, custodendo la reliquia che avrebbe legato per sempre la figura del Santo alla sorte della città di Napoli.

Le reliquie di San Gennaro vissero una vera e propria odissea durata secoli, contese tra le catacombe di Napoli, Benevento e il santuario di Montevergine, fino al loro solenne rientro in città nel 1497. Fu proprio attraverso queste travagliate vicende che San Gennaro venne consacrato patrono di Napoli, diventando punto di riferimento spirituale e identitario della comunità napoletana e campana. È nel Seicento, secolo segnato dalla maestosità del barocco, ma anche da tragiche epidemie e catastrofi naturali, che il culto della liquefazione del sangue di San Gennaro si affermò definitivamente nella sua forma periodica, pubblica e spettacolare tanto da battezzare Napoli «città del sangue»

I simboli di San Gennaro tra sacro e profano

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Il legame identitario tra il patrono e i suoi fedeli si materializza anche in un apparato simbolico che intreccia arte e fede: le due ampolle custodite nel reliquiario restano il cuore pulsante del culto, affiancate dalla palma, emblema del martirio subito a Pozzuoli, e dalle insegne episcopali come il pastorale e la mitra. Proprio la maestosa mitra gemmata, insieme alla leggendaria collana del Tesoro, sintetizzano la duplice anima della devozione napoletana: da un lato l'umile preghiera per la protezione della città, dall'altro la magnificenza di un patrimonio d'arte unico al mondo. Questo magnetico intreccio tra devozione e splendore artistico ha trovato spazio anche nel cinema di Paolo Sorrentino: nel film Parthenope, il regista non poteva prescindere dal raccontare il tesoro più grande della sua città.

Nella celebre scena incentrata sulla vestizione della protagonista con i gioielli di San Gennaro, la mitra e le gemme secolari vengono trasfigurate per diventare allo stesso tempo bellezza terrena e dono divino, carne e anima sacra di Napoli. La dimensione profana del culto si manifesta chiaramente anche nei significati che San Gennaro ha assunto nell'immaginario scaramantico partenopeo. Ad esempio, nella Smorfia napoletana e nel gioco del Lotto, il patrono e il suo prodigio prendono forma attraverso un vero e proprio  "terno della fede": il 19 (il giorno della festività di settembre), il 18 (il sangue) e il 66 (il miracolo). Non manca chi vi associa il 48 (il morto che parla), quasi a voler dialogare direttamente con il martire per interpretare i segni del destino e per ricevere protezione quotidiana. 

Il folklore di San Gennaro 

Se il miracolo è il cuore del culto, la festa di San Gennaro è la grande messa in scena del folklore partenopeo, un teatro liturgico in cui sacro e profano sfumano fino a diventare sinonimi. Nel corso dei secoli, il rituale ha sviluppato un proprio linguaggio formato da gesti, canti, processioni e figure simboliche che prendono vita durante tre momenti sacri dell'anno: il 19 settembre per il martirio, il 16 dicembre per la protezione dall'eruzione del Vesuvio del 1631 e il sabato prima della prima domenica di maggio. A guidare questa drammaturgia popolare è il Parentato, un gruppo di anziane donne, note come le "parenti di San Gennaro",  che reclamano una presunta discendenza diretta con il martire.

Posizionate nelle prime file del Duomo, queste intonano antiche litanie in napoletano, invocazioni viscerali e perfino rimproveri al Santo affinché il sangue si sciolga in fretta. Il loro dialogo con il Santo è di un'intimità disarmante: si rivolgono a lui chiamandolo affettuosamente «faccia 'ngialluta» (faccia ingiallita, in riferimento al colore bronzeo del busto reliquiario). In modo particolare, nella sacra giornata del 19 settembre, Napoli entra in uno stato di attesa trepidante, trasformando il centro storico in un cantiere di devozione, addobbato a festa e popolato da una moltitudine di pellegrini e turisti. Al mattino della celebrazione la città si ferma: i negozi chiudono e una folla enorme riempie la cattedrale e i vicoli vicini, tutta con lo sguardo fisso sull'Arcivescovo. Napoli e i napoletani interrompono il caos quotidiano aspettando col fiato sospeso il responso del Santo. Nel momento in cui si annuncia l’avvenuta liquefazione, tanti sono quelli che traducono l’ora e i minuti precisi in cui si compie il miracolo in numeri da giocare al lotto

Oggi il folklore di San Gennaro si rigenera e si mescola con la cultura popolare contemporanea dimostrando come il sacro napoletano sia un linguaggio dinamico: l'esempio più emblematico di questo sincretismo è il legame tra il dio di Napoli e il «Dios» del calcio, Diego Armando Maradona. Negli anni d'oro dei primi due scudetti azzurri e ancora oggi la figura del Pibe de Oro si affianca e quasi si fonde con quella del patrono: nei vicoli spopolano immagini, murales e souvenir che uniscono il busto del Santo al volto del campione argentino, un "ibrido" battezzato dal popolo come San Gennarmando

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