
27 Ottobre 2026
Perché in Italia i giovani guadagnano meno delle generazioni precedenti Gli stipendi Under-30 oltre a essere bassi accusano enormemente il gap generazionale
Tra le ragioni principali che hanno alimentato le recenti manifestazioni in diverse grandi città italiane, e non solo, c’è il cosiddetto carovita. L’aumento generalizzato dei prezzi degli ultimi anni ha infatti ridotto il potere d’acquisto delle persone, contribuendo a peggiorare le condizioni economiche di una parte consistente della popolazione. A fronte di un costo della vita in forte crescita, però, gli stipendi medi italiani – già relativamente bassi rispetto a quelli delle principali economie europee – sono rimasti sostanzialmente stagnanti: in pratica, gli aumenti salariali registrati negli ultimi anni non sono stati in alcun modo sufficienti a compensare i rincari del costo della vita.
Il disagio economico per i giovani è aggravato anche dalla scarsa valorizzazione della formazione dei giovani nel mercato del lavoro italiano è il divario retributivo tra le singole generazioni. I lavoratori con meno di 30 anni, mediamente più istruiti rispetto a quelli più anziani, percepiscono in proporzione stipendi notevolmente inferiori.
Quali sono oggi i problemi degli stipendi in Italia
Se le retribuzioni in Italia sono ancora stagnanti è perché il sistema economico del Paese, nel suo complesso, non è in grado di evolversi e crescere come succede negli altri grandi Paesi europei. Tra il 2021 e il primo trimestre del 2026, in Italia i cosiddetti "stipendi nominali", cioè gli importi effettivamente percepiti in busta paga, sono aumentati in media di circa il 12%; nello stesso periodo, però, gli "stipendi reali", che invece misurano l'effettivo potere d’acquisto delle retribuzioni, tenendo conto dell’andamento dei prezzi, sono diminuiti di 6 punti percentuali. In altre parole, in media gli italiani hanno cominciato a guadagnare leggermente di più in termini puramente monetari, ma nonostante questo possono permettersi meno beni e servizi rispetto a qualche anno fa.
Inoltre, l’aumento degli "stipendi nominali" ha prodotto un effetto paradossale sul piano fiscale: pur senza un effettivo miglioramento delle condizioni economiche, alcuni contribuenti hanno superato le soglie di reddito che danno accesso a determinate agevolazioni e detrazioni. Il risultato è che il fisco ha finito per considerarli più benestanti, almeno sulla carta, chiedendo loro più imposte o riducendo i benefici a cui avevano diritto.
A questo problema si aggiunge il fatto che molte agevolazioni fiscali continuano a essere calcolate sulla base di parametri determinati molti anni fa, che non riflettono il recente aumento del costo della vita. Come fa notare Il Sole 24 Ore, un caso rappresentativo è la detrazione del 19% per gli affitti degli studenti universitari fuori sede: il limite massimo di spesa detraibile, pari a circa 2.600 euro, è rimasto fermo a un importo stabilito nel 2007, nonostante nel frattempo i canoni di locazione siano aumentati sensibilmente, soprattutto nelle grandi città – dove sono concentrate le principali sedi delle università italiane.
Questo effetto, che in economia si chiama "drenaggio fiscale", secondo gli esperti non è stato adeguatamente corretto dal governo di Giorgia Meloni, per via di una gestione fin troppo morigerata dei conti pubblici e dell'assenza di ambiziose riforme economiche strutturali. Il risultato è che l'Italia resta il Paese europeo maggiormente in ritardo nel recupero del potere d'acquisto compromesso dal carovita degli ultimi anni.









