
14 Settembre 2026
Le biblioteche italiane sono i veri data center Cinque biblioteche italiane ci ricordano quanto spazio eravamo disposti a dedicare alla conoscenza
Non c'è proprio niente di romantico in un data center. Oggi sono sicuramente il posto in cui conserviamo una parte sempre più consistente della conoscenza umana, eppure rimangono capannoni asettici, nella maggior parte dei casi costruiti in mezzo al nulla, pieni di cavi e computer. Sono raffreddati ad acqua e capaci di consumare l'elettricità di una città media per rispondere a domande che, quasi sempre, avrebbero trovato la loro soluzione in un libro.
L'umanità, in realtà, il problema di conservare le informazioni lo aveva già risolto molto bene: aveva costruito le biblioteche. Queste sono il luogo in cui il dato non è qualcosa di invisibile, ma assume una forma concreta attraverso il più antico e affidabile mezzo che abbiamo per informarci: la lettura. E anche se richiede tempo e attenzione, quest'ultima ci lascia in cambio qualcosa che permane, perché ciò che si è assorbito attraverso i libri difficilmente si perde. Per secoli tutto quello che sappiamo di chi è venuto prima di noi è passato da lì, e le biblioteche italiane sono esattamente il luogo in cui una comunità ha deciso che questo gesto meritasse un tetto, un custode e delle regole.
L'ossessione per i libri di Girolamo Casanate
Quando Girolamo Casanate morì, nel 1700, lasciò dietro di sé più di 25mila libri. Una quantità sufficiente perché i Domenicani di Santa Maria sopra Minerva, oltre a ereditare i volumi e il denaro del cardinale, dovessero trovare anche un posto adeguato in cui metterli. Un anno dopo, a pochi passi dal Pantheon di Roma, aprì la Biblioteca Casanatense. Nel suo Salone Monumentale i libri salgono ancora oggi lungo le pareti su due ordini di scaffali collegati da una balconata, sotto lo sguardo vigile della statua del cardinale.
Un contemporaneo di Casanate definì la raccolta un «compendio di tutte le scienze», e in effetti qui sembra esserci proprio tutto: teologia, diritto, medicina, letteratura, storia e scienze, più due grandi globi, uno terrestre e uno celeste, per chi avesse bisogno di consultare anche il cielo. In quella sola stanza ci sono ancora 60mila libri, mentre il patrimonio complessivo è arrivato a circa 400mila volumi, con più di seimila manoscritti e oltre 120mila volumi antichi a stampa.
La Biblioteca conserva soprattutto un tesoro che non apparteneva alla collezione del cardinale: gli spartiti autografi di Niccolò Paganini, arrivati qui dopo un lungo viaggio. Nel 1903 gli eredi del violinista li offrirono allo Stato italiano, che temporeggiò abbastanza da farseli sfuggire. Gli spartiti passarono da un antiquario di Firenze a un collezionista di Colonia, poi a Mannheim, poi in Baviera, finché nel 1972 lo Stato non li ricomprò e li depositò alla Casanatense.
L'eredità ingombrante di Gambalunga
Una libreria personale contiene sempre qualcosa di molto intimo. Ha l'abilità di dirci cosa interessa a una persona e quanto denaro è disposta a spendere per la lettura e per la conoscenza, in alcuni casi riesce anche a dirci quanto spazio di casa è disposta a sacrificare. All'inizio del Seicento Alessandro Gambalunga, giurista riminese che non esercitò mai la professione, destinò alcune stanze della propria abitazione a una collezione che continuava a crescere, e alla sua morte lasciò edificio e libri alla città. Quella che era una passione privata diventò la Biblioteca Gambalunga, una delle prime biblioteche civiche italiane.
Quattro secoli più tardi il patrimonio è arrivato a contare circa 300mila volumi, con più di mille codici, centinaia di incunaboli e migliaia di cinquecentine. Le Sale Antiche sono rimaste la parte più affascinante, perché qui i libri convivono con globi, tavoli, decorazioni e scaffalature lignee del Seicento e del Settecento. Oggi si visitano su appuntamento e in piccoli gruppi.
Gambalunga, del resto, non si era limitato a lasciare una stanza piena di volumi sperando che qualcuno se ne occupasse. Nel testamento destinò ogni anno 300 scudi all'acquisto, alla rilegatura e al restauro dei libri e altri 50 allo stipendio di un bibliotecario che vivesse nel palazzo e assistesse i lettori, e fece costruire una porta segreta con una scala a chiocciola che portava al laboratorio dei rilegatorio.
Una libreria aperta a tutti
Torniamo a Roma, nel 1604, l'anno in cui il vescovo agostiniano Angelo Rocca lasciò la propria biblioteca ai frati del suo ordine con una condizione piuttosto moderna per l'epoca: voleva che fosse aperta a tutti «senza limite di sorta», perché un libro chiuso in un convento gli sembrava un libro sprecato. Diede così vita alla Biblioteca Angelica, considerata una delle prime biblioteche pubbliche d'Europa.
Più di un secolo dopo Luigi Vanvitelli diede forma al grande salone che vediamo oggi. Gli scaffali custodiscono oltre 200mila volumi a stampa, a cui si aggiungono manoscritti e incunaboli. Le materie che ci si aspetta di trovare in una sala del genere convivono con una notevole raccolta di testi sull'esoterismo e tra le collezioni c'è quella dedicata a Giambattista Bodoni, il cui nome continua a comparire ogni giorno sugli schermi di milioni di computer sotto forma di carattere tipografico.
L'Angelica conserva anche il De oratore di Cicerone stampato a Subiaco nel 1465, il primo libro uscito da una tipografia in Italia, e una copia dell'edizione di Foligno del 1472 della Divina Commedia. Dal 1940 ospita inoltre l'Accademia dell'Arcadia, il circolo letterario settecentesco in cui i poeti si iscrivevano con uno pseudonimo da pastore.
Il Salone Vanvitelliano è visibile durante l'apertura della biblioteca, dall'area accessibile al pubblico.
La seconda casa di Vico
Nel 1727 Giambattista Vico, frequentatore abituale della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, suggerì agli Oratoriani che la gestivano di acquistare la biblioteca del giurista Giuseppe Valletta, affinché la raccolta non finisse dispersa tra gli eredi. La proposta fu accolta, e probabilmente a Vico era uscita più per affetto che per dovere: qui doveva sentirsi parecchio a casa, considerato che oggi una delle sale porta il suo nome.
La Biblioteca dei Girolamini è la più antica biblioteca napoletana aperta al pubblico e nelle sue sale storiche le librerie salgono lungo le pareti sotto dipinti, ritratti e allegorie delle arti e delle scienze. Nella Sala Vico, in particolare, i libri sono ancora divisi per formato e materia e sopra gli scaffali restano i cartigli che indicano dove trovare Bibbia, storia, geografia, poesia, matematica, filosofia, medicina, diritto e teologia, quasi fosseun piccolo catalogo scritto direttamente sulla parete. Oggi la biblioteca conserva circa 159.700 unità tra volumi e opuscoli, tra cui 120 incunaboli, circa 5mila cinquecentine e migliaia di edizioni rare.
Dopo un periodo di chiusura per lavori di riordino, dal settembre 2026 le Sale Storiche sono tornate visitabili con ingressi contingentati dal martedì alla domenica. E per fortuna, perché sarebbe un peccato avere quasi 160mila libri e tenerseli tutti per sé.
Venezia come seconda Bisanzio
Il regalo più importante che Venezia abbia mai ricevuto arrivò via mare. Nel 1468 il cardinale Bessarione donò alla Repubblica la propria collezione di codici greci e latini, perché restasse in una città che considerava la seconda Bisanzio. Erano centinaia di manoscritti, molti raccolti dopo la caduta di Costantinopoli, e insieme formavano una delle più importanti raccolte della cultura greca arrivate in Occidente.
La futura Biblioteca Marciana trovò casa nell'edificio progettato da Jacopo Sansovino in piazza San Marco, davanti a Palazzo Ducale. Andrea Palladio arrivò a definirlo «l'edificio più ricco e più ornato» costruito dai tempi degli antichi, e guardando i soffitti decorati da artisti come Veronese e Tintoretto è anche facile capire il perché. Il patrimonio della Marciana è arrivato a circa un milione di volumi, oltre a più di 13mila manoscritti rilegati, migliaia di codici e quasi tremila incunaboli. Tra questi ci sono anche il Venetus A e il Venetus B, due dei manoscritti dell'Iliade più importanti al mondo.
Oggi le Sale Monumentali fanno parte del percorso museale di piazza San Marco e sono visitabili con un normale biglietto.
























