Da dove arrivano le nostre superstizioni? Dai gatti neri agli specchi rotti, le storie che abbiamo dimenticato dietro i nostri gesti scaramantici

Da dove arrivano le nostre superstizioni? Dai gatti neri agli specchi rotti, le storie che abbiamo dimenticato dietro i nostri gesti scaramantici

Ad ammettere di essere superstiziosi, francamente, ci vergogniamo sempre un po'. Nessuno vuole dichiarare di credere fermamente che l'universo possa rivoltarsi contro di noi se malauguratamente passiamo sotto una scala. Oppure che un gatto nero abbia il mistico potere di rovinare la giornata di una persona semplicemente attraversando la strada. E poi, in effetti, che ci crediamo o no, perché lo facciamo?

La verità è che le superstizioni sopravvivono molto meglio delle ragioni per cui sono nate. Il rito si conserva anche quando la storia che avrebbe dovuto giustificarlo è ormai scomparsa dalla memoria collettiva. Dietro questi piccoli gesti però ci sono moltissime ragioni, giunte da epoche lontane e diverse, anche se non ce lo ricordiamo più.

L'origine di ogni male è la «iettatura»

Il malocchio è la regina delle superstizioni, quella che un po' può aiutarci a capire tutte le altre. Non indica in maniera generica la sfortuna: è il potere attribuito allo sguardo di determinate persone di provocare danni, fisici o morali, anche involontariamente. Nel corso dei secoli abbiamo trovato diversi modi per proteggerci e individuarne la presenza: amuleti, formule, esorcismi o rituali, persino "l'acqua dell'occhio" preparata con chicchi di grano, gocce d'olio o una medaglia benedetta.

Dietro c'è l'irrazionale paura dell'invidia: mostrare qualcosa di bello significa anche esporlo allo sguardo di chi poteva desiderarlo, e quello sguardo poteva diventare una minaccia. A Napoli la questione è sempre stata presa molto seriamente, al punto da finire persino nei libri degli intellettuali. Nel 1787 il giurista Nicola Valletta pubblicò la Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura, contribuendo a trasformare la iettatura in un argomento di discussione nei salotti, da combattere con i celebri cornetti. Che, per la cronaca, portiamo al collo ancora oggi.

Passare sotto una scala è un azzardo che risale agli antichi egizi

Passare sotto una scala porta sfortuna, anche se il rischio più immediato rimane quello di ricevere qualcosa in testa. Per secoli, però, questa spiegazione evidentemente non è sembrata abbastanza convincente: una scala appoggiata al muro forma infatti un triangolo, figura sacra già nell'Antico Egitto e diventata poi, nel cristianesimo, simbolo della Santissima Trinità.

Attraversarlo significava quindi spezzare quello spazio simbolico e attirarsi addosso conseguenze decisamente sproporzionate rispetto al vantaggio di risparmiare due passi. Nel tempo sono arrivate anche interpretazioni più macabre, dalla somiglianza con le strutture delle impiccagioni alle scale utilizzate durante gli assedi medievali. Comunque, anche in questo caso meglio fare il giro lungo che passarci sotto.

Bisogna brindare e bisogna fissarsi negli occhi

@lucamornet IN THE EYES!!!! @Shannon Zhao original sound - anacreatess

Alzare il calice, cercare lo sguardo degli altri e solo allora bere. Assolutamente vietato non brindare e non guardarsi negli occhi. Potrebbe trattarsi di galateo, ma anche qui è superstizione, con origini medievali: condividere una tavola poteva richiedere qualche attenzione in più e il contatto visivo serviva proprio ad assicurarsi che l'altro non avesse cattive intenzioni, suggellando un patto di fiducia.

Secondo la tradizione, i calici venivano fatti urtare con abbastanza forza da far saltare qualche goccia di vino dall'uno all'altro. Un eventuale avvelenatore avrebbe così rischiato di assaggiare la propria medicina. Anche il tintinnio avrebbe avuto il suo compito, perché al suono dei bicchieri veniva attribuita la capacità di tenere lontani demoni e spiriti maligni dal vino.

Rompere uno specchio porta una pena decisa dai romani

Se rompi uno specchio, attirerai su di te ben sette anni di temibile sventura. Una condanna che arriva dall'Antica Roma, quando al riflesso veniva attribuito un legame con l'essenza stessa della persona. Rompere lo specchio significava a quel punto danneggiare simbolicamente anche chi ci si era appena guardato dentro, e i sette anni deriverebbero dalla convinzione romana che la vita attraversasse cicli di rinnovamento della stessa durata. Nei secoli successivi gli specchi diventarono oggetti preziosi, difficili da produrre e molto costosi, perciò il deterrente della sfortuna era un ottimo modo per convincere tutti a maneggiarli con cura.

I gatti neri nel Medioevo non se la passavano troppo bene

@pinkponygurl18 I literally love black catsThey’re so unique and adorable. It makes me so sad that they get such a bad rep and that some ppl won’t adopt them simply bc they’re seen as “bad luck” #blackcats #blackcatsaregoodluck #cats #blackcatsmatter #kitty som original - andromeda

È giusto chiarirlo subito: il povero micio nero non ha mai fatto niente di male per meritarsi la propria reputazione. Certo, vede bene al buio, si muove senza fare troppo rumore ed è particolarmente bravo a comparire quando nessuno se lo aspetta. Caratteristiche eccellenti per un felino, molto meno compatibili con un'Europa medievale ossessionata dal demonio, dove il trittico gatto, stregoneria e demonio era un'associazione difficile da scardinare.

Questo lo rendeva un animale diabolico, fedele compagno delle "streghe", le quali in alcune tradizioni potevano addirittura assumerne le sembianze. Un'altra spiegazione è leggermente cinematografica: in antichità si sosteneva che di notte gli occhi dei gatti spaventassero i cavalli che trainavano carri e carrozze, provocando incidenti e facendo del loro attraversamento un pericolo reale. Va anche detto che lo stesso animale che da noi fa cambiare percorso a qualcuno, altrove è considerato un segno di buona fortuna. A lui non importa molto, semplicemente continua a passeggiare indisturbato.

La formula magica per la buona sorte

Dopo tutta questa sfortuna, è giusto parlare un po' di buona sorte. Prima di un esame, un colloquio o qualsiasi altra situazione delicata preferiamo ancora dire «in bocca al lupo», anche se desiderare di finire tra le fauci di un predatore non sembra una grande idea. Per secoli il lupo è stato uno dei pericoli più concreti dell'immaginario europeo, soprattutto per pastori e viaggiatori, tanto che già nel Medioevo andare in bocca al lupo significava finire nelle mani del nemico o mettersi in una situazione parecchio rischiosa.

La formula di augurio sarebbe nata proprio nel gergo dei cacciatori, ribaltando quel significato: si nominava la cosa peggiore che potesse succedere nella speranza di scongiurarla. Una piccola forma di magia affidata alle parole. Da qui anche la tradizionale risposta «crepi», con il lupo naturalmente sottinteso. Funziona come tutte le superstizioni che abbiamo appena visto: meglio non sfidare la sorte dicendo apertamente quello che desideriamo.