
12 Ottobre 2026
Graphic Days torna a Torino e parla di "Disordine" L'intervista a Ilaria Reposo e Fabio Guida, direttori creativi del festival dedicato al visual e social design
Graphic Days, il festival che da undici anni porta a Torino la grafica internazionale e il social design, torna dal 15 al 25 ottobre a Barriera di Milano, dove per dieci giorni si concentrano più di sessanta ospiti internazionali, 15 mostre, talk, workshop, performance, dj set e un fitto calendario di attività. Due cantieri ancora aperti del Gruppo Building sono la location di quest'anno e diventano per l'occasione sale espositive e spazi d'incontro, scelta che dialoga apertamente con Disordine, il tema dell'edizione. Una parola sola per raccontare un presente fatto di troppe informazioni, tecnologie che cambiano in fretta, conflitti e linguaggi che si contaminano a vicenda.
Tra i nomi in programma ci sono Erik Kessels, Verònica Fuerte, Quim Marin, Johanna Jaskowska, lo studio olandese YONK e Felix Pfäffli, mentre il percorso delle mostre passa dal manifesto alla tipografia, dall'animazione alla realtà aumentata, dai videogiochi all'intelligenza artificiale e alle pratiche più sperimentali, fino a HONDON, la mostra che a cent'anni dall'Hangeul Day ripercorre la nascita dell'alfabeto coreano. Fuori dai cantieri, il festival prosegue in una ventina di sedi sparse per la città, tra studi, agenzie e realtà creative torinesi, a conferma di quella vocazione internazionale che lo accompagna dalla prima edizione. Ne abbiamo parlato con Ilaria Reposo e Fabio Guida, direttori creativi di Graphic Days.
Graphic Days è giunto alla sua undicesima edizione. Com'è nato il progetto e che cosa sentivate che mancasse, allora, nella scena del design e della comunicazione visiva italiana?
Il progetto è nato dalla volontà di portare a Torino, per primi in Italia, i personaggi più significativi della scena internazionale del visual design; perché attraverso il loro racconto coinvolgessero il pubblico di giovani professionisti con un festival stimolante, sia attraverso talk e seminari che con mostre curate.
Viaggiando e confrontandovi con festival o istituzioni straniere, c’è qualcosa che avete scoperto e avete poi portato dentro Graphic Days?
Dal 2017 siamo parte attiva di un network di festival internazionali che svolgono il nostro stesso lavoro e si impegnano per trasmettere al meglio passione e valori legati alla divulgazione culturale del mondo del visual design. Alcuni rapporti, fra cui la collaborazione con la fondazione Polish Graphic Design e l’Ambasciata e Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia, si sono consolidati nel tempo.
E quali sono invece le scene internazionali che in questo momento vi incuriosiscono di più e perché?
Ultimamente siamo incuriositi dalle espressioni creative e dai linguaggi sperimentali del bacino del Nordafrica che vorremmo presto esplorare, poi sicuramente siamo attirati dalla produzione dei paesi asiatici, strepitosa per l’apporto tech e performativo.
Il tema scelto per quest'edizione è Disordine. Qual è il fenomeno o il disagio contemporaneo che vi ha fatto capire di dover parlare proprio di questo?
Il tema Disordine è arrivato spontaneamente, sollecitato da un inconscio collettivo che sempre di più mescola e confonde le gerarchie, i livelli di importanza e attenzione, rendendo anche la percezione visiva e dei fenomeni che ci circondano, paradossalmente incerta. Disordine è la realtà in cui siamo immersi, complessa e faticosamente intricata nella quale il designer è chiamato a fare luce, intervenire e dare una direzione, che sia chiara e universalmente valida, attenta e rispettosa.
Una realtà complessa che quest'anno si riflette anche nella location: avete scelto due cantieri ancora aperti, in via Banfo 43 e 16. Quanto vi interessava che il Disordine fosse percepibile anche fisicamente, prima ancora di incontrarlo nei progetti esposti?
I cantieri del gruppo Building ci offrono l’opportunità di esprimere la nostra ricerca e curatela in uno spazio-tempo sospeso come un festival di 10 giorni; un evento temporaneo che però vorremmo lasciasse un segno. Per questo motivo la nostra intenzione quest’anno è di portare il festival anche all’esterno, nel quartiere di Barriera di Milano, con un percorso di laboratori e mostre, dedicato a bambinə, famiglie e giovani. L’obiettivo è quello di stimolare la partecipazione e l’avvicinamento alla produzione artistica in una zona fortemente polarizzata, con la più alta densità di popolazione e con una fortissima concentrazione di residenti stranieri under 18. Domenica 25 ottobre ci sarà una grande festa di strada che mostrerà anche gli esiti dei laboratori che abbiamo svolto con la scuola primaria Pestalozzi di via Banfo, inaugurata proprio quest’anno.
E parlando di nuove generazioni, Graphic Days ospita e dà spazio ogni anno a designer emergenti. Si parla spesso di quello che i giovani possono imparare da chi lavora nel settore da più tempo, cosa avete imparato invece voi da loro?
Il coraggio, la voglia di fare per dire la propria, il piacere di partecipare e condividere, qualcosa che si tende a smarrire nel tempo, nel lavoro quotidiano. La nostra call Neologia dedicata ad under 30 ogni anno ci trasmette una potente energia che si libera nella giornata più emozionante delle premiazioni.
Per concludere, guardando ai prossimi dieci anni, quale trasformazione vorreste vedere in Graphic Days? C'è una dimensione che il progetto non ha ancora raggiunto e verso cui state cercando di andare?
Continuare a realizzare il festival è un traguardo già di per sé molto ambizioso, non scontato, ogni anno più sfidante. Ogni edizione è differente e l’asticella inevitabilmente si alza, mantenendo però dei punti fermi come l’equilibrio tra esperienze analogiche e digitali, che coinvolgano il pubblico con molteplici stimoli e attività. Siamo come equilibristi che devono dosare innovazione e autenticità, rigore e spregiudicatezza, tenendo lo sguardo dritto davanti a sé. Sogniamo di arrivare a un target sempre più ampio, incuriosito dai nostri contenuti, magari andando per le strade e nelle piazze delle città dove incontrare le persone e realizzare il vero social design con attivazioni di pubblica utilità.
























