Tutto quello che l'Italia ha nascosto sottoterra Un tour di cinque città sotterranee destinate a ogni scopo

Tutto quello che l'Italia ha nascosto sottoterra Un tour di cinque città sotterranee destinate a ogni scopo

Molte delle città in Italia sono costruite sopra sé stesse, perché per millenni scavare è stato il modo più semplice per risolvere problemi diversi. Il tufo, la calcarenite e l'arenaria si lavorano con poca fatica e reggono per secoli quello che viene costruito sopra, così la città in superficie cresceva mentre sotto ne restava un'altra, presto dimenticata. Quasi tutte le città sotterranee italiane hanno una storia così, di luoghi a pochi metri dai nostri piedi ritrovati da qualcuno per caso, senza cerimonie, in mezzo alla polvere.

 Napoli, città sotto città

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Alla fine degli anni Ottanta un gruppo di ragazzi guidato da Enzo Albertini cominciò a scendere sotto piazza San Gaetano, nel centro storico, per riaprire cunicoli che da decenni servivano solo a buttarci calcinacci. Non avevano finanziamenti, né pubblici né privati, e nemmeno un progetto archeologico alle spalle, solo la curiosità di capire quanto continuasse quel mondo a un grado di separazione dai vicoli che percorrevano ogni giorno.

Arrivarono a quaranta metri sotto la strada e, scavando sotto le case del vico Cinquesanti, trovarono la parte alta della cavea del teatro greco-romano, inglobata nelle case costruite nei secoli dopo. Da quel lavoro nacque l'associazione che gestisce ancora oggi le visite, prendendo il da un libro di quasi un secolo prima: nel 1889 Guglielmo Melisurgo, ingegnere del Comune, era sceso a descrivere per la prima volta le cavità sotto la città e aveva intitolato il suo volume Napoli sotterranea.

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Le cavità censite coprono circa novecentomila metri quadrati, e se ne scoprono ancora, a volte scavando le nuove linee della metropolitana. Tutto comincia nel III secolo a.C., quando i greci estraevano dal tufo giallo la pietra per mura e templi. Ogni blocco portato su lasciava sotto un vuoto, e mentre Napoli cresceva verso l'alto veniva scavata verso il basso.

I romani inserirono quelle cavità in un sistema idrico alimentato dalle sorgenti del Serino. L'acqua correva  così in cunicoli larghi quanto basta a un uomo e arrivava alle case attraverso pozzi che spesso si aprivano direttamente nelle cucine. A occuparsene erano i pozzari, che entravano da un pozzo e potevano riapparire dentro un'altra casa. Ed ecco che, secondo una delle ipotesi più accreditate, è da loro che nasce la leggenda del munaciello, lo spirito che entra nelle abitazioni, sposta oggetti, porta fortuna o dispetti e, nelle versioni più maliziose, fa visita alle signore mentre i mariti sono lontani.

Il sottosuolo diventò una comoda discarica, fino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, quando gli antichi ambienti furono adattati a rifugi. Di quei mesi sono rimasti arredi, oggetti e graffiti sulle pareti, tutti in ottimo stato. Oggi si entra da piazza San Gaetano, lungo via dei Tribunali, e si scendono 136 gradini. La temperatura cala, il rumore sparisce, e ci si ritrova negli ambienti che hanno avuto tre vite: cava, cisterna, rifugio. La visita dura circa due ore e si prenota con Napoli Sotterranea.

A Torino si scavava per una leggenda

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Nel 1958 Guido Amoretti, ufficiale dell'esercito appassionato di storia militare, aveva un dubbio. Da anni studiava i cunicoli sotto Torino e, confrontandoli con le carte del Settecento, si era convinto che la scala indicata come quella di Pietro Micca non potesse essere quella vera, perché le distanze non tornavano. Nell'autunno di quell'anno trovò una scala murata tra i due livelli della galleria di contromina: liberata dalle macerie, sulla volta portava ancora i segni dell'esplosione. La leggenda aveva finalmente un indirizzo. Nel 1961 sopra quegli ambienti nacque il Museo Pietro Micca, per merito suo.

Quella scala era un pezzo piccolo di una città militare sotterranea. Nel 1563 Emanuele Filiberto di Savoia portò la capitale da Chambéry a Torino e l'anno dopo cominciò la Cittadella, una fortezza a cinque punte. Sotto i bastioni, dal 1572 al 1706 e oltre, fu scavata una rete di gallerie di mina e contromina, siccome la guerra d'assedio si combatteva anche sotto terra: gli attaccanti scavavano per arrivare sotto le mura e farle saltare, i difensori scavavano in direzione opposta per intercettarli. Alla fine Torino aveva circa quattordici chilometri di cunicoli su due livelli, a sei e a quattordici metri di profondità. Oggi dal Museo Pietro Micca si percorrono circa quattrocento metri di quelle gallerie. 

I tesori nascosti di Camerano e Osimo

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Nel luglio del 1944 il fronte raggiunse il Conero e gli abitanti di Camerano scesero sotto terra: duemila persone, l'intero paese, per diciotto giorni. Fino a quel momento ognuno conosceva solo il pezzo di sottosuolo sotto casa propria, e l'unica mappa, disegnata a fine Ottocento dalla famiglia Mancinforte, copriva il loro palazzo e basta. Fu in quei diciotto giorni che il paese capì quanto fosse grande ciò che aveva sotto. Ancora oggi la rete non è censita per intero, e nelle campagne si aprono altri cunicoli che la gente chiama «buchi del diavolo», forse i resti di un antico acquedotto.

Quando sia cominciato lo scavo nessuno lo sa. Non esistono documenti; la data più antica incisa sulle pareti è 1327 e il confronto con altri ipogei fa pensare a origini anche protostoriche, quando il sottosuolo serviva per l'acqua, per la pietra e per i morti. L'arenaria del Conero si lavora quasi come il legno, e ogni generazione ha aggiunto una stanza o allargato un passaggio. Nel Settecento e nell'Ottocento le famiglie nobili ridecorarono i cuniculi come salotti sotterranei, con rosoni e tre sale rotonde con i sedili lungo le pareti, pensate per riunioni riservate; da lì, e da una sala con la pianta a forma di ankh, sono nate le voci su riti massonici. 

A pochi chilometri, c'è Osimo con un sistema ancora più esteso: 88 grotte su cinque livelli e più di nove chilometri di gallerie sotto i palazzi più importanti della città. Sotto Palazzo Simonetti  compaiono croci di Malta e addirittura una Triplice Cinta, il simbolo che qualcuno collega ai Templari. Nelle grotte del Cantinone è invece presente la sala dei Frati Oranti con i bassorilievi religiosi e sotto Palazzo Campana, oggi chiuso per restauro, due gallerie di rilievi settecenteschi con vizi, virtù e divinità pagane che nessuno ha ancora interpretato del tutto. Le Grotte di Camerano e quelle di Osimo si visitano su prenotazione.

Siena e la ricerca dell'acqua

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Siena, invece, ha una cosa che poche città possono dire di avere: un fiume che non esiste. Per secoli i senesi sono stati convinti che sotto la città scorresse la Diana, e hanno scavato per trovarla, al punto che Dante nel Purgatorio li prende in giro per questa fissazione. La Diana non è mai saltata fuori. Scavando, però, Siena ha costruito qualcos'altro: i Bottini, 25 chilometri di cunicoli sotto il centro storico, un acquedotto interamente sotterraneo.

Di fiumi veri Siena non ne ha, e nel Medioevo l'acqua era il suo problema più grande. Il nome Bottini compare nel 1226, da buctinus, la volta a botte di questi tunnel alti un metro e ottanta e larghi meno di uno, scavati soprattutto tra il XII e il XV secolo inseguendo la pioggia che filtra nel tufo. Nel 1267 provarono anche a deviare il fiume Merse, senza riuscirci. L'acqua scorre nel gorello, un canaletto nel pavimento del cunicolo, e arriva alle fonti con la sola forza della pendenza.

 Fino ai primi del Novecento i Bottini sono stati la principale fonte d'acqua di Siena. A differenza degli altri sotterranei di questo viaggio, i Bottini non sono mai stati dimenticati: sono stati tenuti in ordine per settecento anni, e oggi se ne occupa l'associazione di volontari La Diana, che porta il nome del fiume che non c'è e organizza le visite con il Comune.

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