«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte

«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte

Tra gli oggetti più interessanti conservati dentro Colombo’s Archive ce n’è uno che, a prima vista, potrebbe sembrare quasi meno importante del resto. È un grande foglio di carta da pacco, segnato dal tempo, con sopra un disegno al vero di Giuseppe Terragni. Serviva in officina come dima per piegare il tubo e porta ancora correzioni e annotazioni scritte dal padre di Antonio Colombo. Antonio stesso mi racconta di averlo visto per la prima volta soltanto l’anno scorso, riconoscendo immediatamente la calligrafia paterna. È difficile trovare un oggetto migliore per capire tutto quello che c’è dentro il nuovo archivio aperto in via dei Pestagalli, a Milano.

Prima delle biciclette c’erano i mobili

«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte
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La storia comincia nel 1919, quando suo padre Angelo Luigi Colombo fonda A.L. Colombo, specializzata nella produzione di tubi d’acciaio di precisione. Nei primi anni quei tubi finiscono su componenti per aeroplani e idrovolanti, biciclette, attacchi da sci e attrezzature sportive, poi all’inizio degli anni Trenta entrano anche nelle case. Arrivano i rapporti con Marcel Breuer e le licenze per produrre arredi in tubolare, quindi le collaborazioni con Piero Bottoni, Giuseppe Pagano, Luigi Figini, Gino Pollini e Terragni. Il tubo smette di essere semplicemente un semilavorato industriale e diventa una sedia, una poltrona, una scrivania.

È anche la prima cosa che si percepisce entrando nell’archivio, il cui allestimento è di Alessandra Cusatelli. Le biciclette ci sono e alcune attirano immediatamente lo sguardo, ma prima ancora ci sono i mobili: strutture cromate, sedute, scheletri di arredi, prototipi e documenti. In mezzo compaiono opere d’arte, tra cui uno Schifano. Continuando a camminare, però, le categorie iniziano a confondersi. Non capisci sempre dove finisca l’industria e dove inizino il design, la bicicletta o l’arte.

D’altronde è proprio così che sembra ragionare Antonio Colombo. Nel giro di poco passiamo da suo padre a Keith Haring, dai mobili razionalisti a Kanye West, da Steve Jobs ai bike messenger americani. Potrebbe sembrare dispersivo, ma dopo un po’ si capisce che per lui i collegamenti sono quasi il punto. Antonio arriva nell’azienda di famiglia negli anni Settanta. Suo padre, racconta, era un imprenditore «all’antica», abituato ad avere tutto sotto controllo; lui si definisce invece un sessantottino. Sarebbe facile raccontarli come due opposti, ma sarebbe riduttivo. Angelo Luigi aveva già intuito che un tubo industriale poteva entrare nell’architettura e nell’arredo moderno. Antonio eredita la stessa inquietudine portandola altrove.

Quando il tubo diventa cultura

«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte
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«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte

Il passaggio decisivo diventa la bicicletta. Nel 1977 nasce Columbus come società autonoma dedicata ai tubi ad alta tecnologia per il ciclismo e l’anno successivo Colombo entra in Cinelli come azionista di maggioranza. Antonio comincia a coinvolgere grafici, designer e artisti in un ambiente che ricorda come piuttosto conservatore. Italo Lupi ridisegna il logo Cinelli, arrivano Alessandro Guerriero e Studio Alchimia, il Rampichino, la Laser e i negozi progettati da Franco Raggi.

Quando gli dico che ho l’impressione che per lui il tubo sia diventato quasi un linguaggio, mi racconta che cercava continuamente contributi da amici, artisti e designer per «esprimere il potenziale del tubo». Uno dei claim di Columbus era The Soul of Cycling: il tubo come anima della bicicletta. Un’anima, dice Antonio, «non si pesa, non si compra, non si vende». Da lì nascevano ricerche che lui stesso definisce «assolutamente inutili dal punto di vista imprenditoriale», ma interessanti sul piano artistico, musicale o letterario. Probabilmente è uno dei modi migliori per capire il personaggio: un imprenditore che rivendica con una certa soddisfazione di aver fatto anche cose inutili per l’impresa.

Negli anni Ottanta questa attitudine diventa ancora più evidente. La Laser trasforma la ricerca aerodinamica in un oggetto quasi scultoreo e nel 1991 sarà la prima bicicletta a vincere il Compasso d’Oro. Nel 1984 Antonio incontra Keith Haring a Milano, gli regala una Laser e Haring gliela restituisce dipinta. Ma durante la nostra conversazione Colombo torna più volte su una distinzione: l’arte non gli interessa come decorazione da applicare alla fine per rendere un prodotto più desiderabile.

«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte
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«L’arte è facilmente applicabile come strumento di marketing», dice, «fai un oggetto, chiami un artista e hai una collaborazione». Nel suo caso, sostiene, l’arte era già parte della vita e del modo in cui guardava il prodotto. È una differenza che diventa molto chiara quando salta fuori Kanye West. Colombo racconta che Kanye comprò una loro bicicletta entrando semplicemente in un negozio. Nessun contratto o campagna: «Se tu paghi Kanye West e hai un’azienda milionaria, Kanye West usa la tua bicicletta». Nel loro caso l’aveva scelta lui e per Antonio la differenza è colossale.

Qualche anno prima era successo qualcosa di simile con Steve Jobs. Nel 1989 Colombo partecipa ad Aspen a una conferenza dedicata al design italiano insieme, tra gli altri, ad Achille Castiglioni, Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Italo Lupi e Andrea Branzi. Tra gli ospiti c’è Jobs. Esiste una fotografia di Antonio e Steve Jobs insieme, con una Cinelli sospesa tra loro, e Colombo racconta che successivamente una Supercorsa arrivò direttamente a Cupertino. Forse è per questo che la storia delle biciclette rischia di mangiarsi tutto il resto. È la parte più immediata e ha gli aneddoti migliori, ma Colombo stesso riporta continuamente l’attenzione sui mobili. Quando gli chiedo cosa vorrebbe succedesse in futuro, parla proprio di quel patrimonio: vorrebbe che venisse studiato e magari nuovamente sviluppato da istituzioni o aziende.

«Non voglio essere il guardiano del cimitero»

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È qui che entra Melania Andronic, curatrice dell’archivio e oggi una delle persone che lavora più a stretto contatto con Antonio. La prima parte della sua ricerca si è concentrata proprio sul design e nei documenti di Terragni ha trovato la prova di un rapporto continuo tra progettista e fabbrica: correzioni, tentativi, disegni e appunti che mostrano quanto architetti e produzione lavorassero insieme. In quei fogli, racconta, «si percepisce tutt’oggi il fermento della lavorazione».

Forse è questo il valore più interessante di Colombo’s Archive. Non soltanto conservare oggetti già diventati icone, ma mostrare cosa succedeva intorno a loro prima che diventassero storia. Alcuni brevetti risalgono agli anni Trenta, mentre casse e documenti hanno attraversato traslochi, crisi industriali e cambi di proprietà. Oggi quel materiale è finalmente consultabile, ma il lavoro non è finito e Melania continua a incrociarlo con altri archivi e a ricostruire pezzi mancanti.

Antonio, durante la nostra chiacchierata, me lo ripete più volte e a un certo punto mi dice esplicitamente di scriverlo: «Non voglio essere il guardiano del cimitero». Un archivio rischia per natura di guardare indietro, mentre loro lo chiamano invece “archivio vivo”: un posto da cui partire per creare nuove connessioni tra artisti, designer, studiosi e ciò che ancora deve succedere. C’è persino un “corridoio del futuro”.

«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte
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«Come ha fatto un tubo d’acciaio a entrare nella storia del design italiano?» Intervista con Antonio Colombo Dentro Colombo’s Archive, un tubo d’acciaio lega design, biciclette e arte
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Fare il guardiano del cimitero sarebbe del resto l’opposto di quello che Colombo ha fatto per tutta la vita. Ha spostato continuamente cose da un mondo all’altro: l’acciaio nell’arredo, il design nel ciclismo, l’arte nella bicicletta, la bicicletta nella città. Nel 1998 ha aperto insieme ad Aloisia Resch una galleria d’arte contemporanea in Brera, oggi Colombo’s Gallery, e anche quella storia sta iniziando a dialogare con l’archivio.

Nell’archivio di Colombo la sensazione diventa quasi fisica. Quando l’architettura incontra la musica, quando il design finisce per strada, quando quello che succede nelle stanze racconta qualcosa della città fuori. Lo stesso tubo passa dalle stanze attraverso i mobili e finisce per strada dentro una bicicletta.

Antonio dice di essere diventato imprenditore «suo malgrado» e di essere «maniaco della perfezione altrui, non della mia». A primo impatto l'impressione è stata diversa: dosa le parole, si prende delle pause e sembra sapere bene dove vuole arrivare, anche quando scherza. Avrebbe potuto prendere l’azienda del padre e continuare una strada già tracciata. Ha preferito deviare, spesso verso cose che dal punto di vista aziendale sembravano inutili. Oggi alcune di quelle deviazioni sono precisamente ciò per cui quella storia viene ricordata.

Adesso ha davanti più di cent’anni finalmente abbastanza ordinati da poter essere guardati tutti insieme. Potrebbe fermarsi lì e difenderli. Il problema è che non sembra proprio il tipo. Forse è anche per questo che un tubo d’acciaio prodotto a Milano nel secolo scorso è riuscito ad attraversare Breuer e Terragni, Coppi e Bartali, Mendini e Haring, Steve Jobs e Kanye West. Ogni volta che rischiava di rimanere semplicemente un tubo, qualcuno ha provato a capire cos’altro potesse diventare.

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