
28 Settembre 2026
Cosa succede quando un Villaggio Olimpico diventa casa per 1.700 studenti? Siamo entrati nello studentato di Scalo Romana per capire cosa resta dei Giochi e come si vive oggi in uno dei progetti universitari più grandi di Milano
Da fuori, il Villaggio Olimpico di Scalo Romana trasmette una sensazione abbastanza precisa. I grandi volumi, il cemento, le linee nette e tutto quello che ancora si muove intorno al cantiere gli danno un aspetto quasi severo, a tratti asettico. Guardandolo in foto avevamo immaginato più o meno questo: uno spazio enorme, molto nuovo, forse ancora troppo nuovo per riuscire già a sembrare casa di qualcuno. Entrando, però, quella percezione cambia abbastanza velocemente.
Dentro invece il linguaggio diventa molto più caldo. Legno, tessuti, colori morbidi, arredi nuovi, lounge, terrazze, sale studio. C’è ancora quell’odore tipico dei mobili appena montati e in alcuni ambienti il risultato ricorda quasi un interno scandinavo. Sulle facciate sono rimaste le bandiere delle delegazioni olimpiche e davanti ad alcune camere ci sono ancora le targhe con i nomi degli atleti che hanno dormito lì pochi mesi fa. Le Olimpiadi, insomma, non sono state cancellate. Sono diventate una specie di primo strato della storia del posto.
Com'è fatto il nuovo studentato di Scalo Romana?
La velocità con cui è successo era stata prevista fin dall’inizio. Il Villaggio era già stato progettato pensando alla sua seconda vita da studentato: durante i Giochi le camere avevano letti, armadi, comodini e bagni definitivi, mentre nella fase successiva sono state aggiunte soprattutto scrivanie, sedute e librerie. Luca Mangia, General Manager di COIMA REM, società del Gruppo COIMA che ha realizzato il Villaggio, spiega che il lavoro più importante della riconversione ha riguardato le finiture e soprattutto gli spazi comuni, con l’allestimento di oltre 40 cucine e sale studio, la grande lounge, l’auditorium, la sala meditazione, la sala podcast, la play area e le due palestre. Il passaggio dalla fase olimpica a quella universitaria è stato completato in circa quattro mesi.
Oggi il Villaggio conta 1.698 posti letto e, a inizio settembre, circa 1.300 erano già occupati da studenti provenienti da 80 Paesi. Gli italiani sono ancora il gruppo più numeroso, il 39% del totale, ma la dimensione internazionale si percepisce appena si comincia a girare tra gli edifici. Ci sono 42 cucine, 42 sale studio, due palestre, spazi per cinema, musica e meditazione, campi sportivi, terrazze e zone pensate semplicemente per stare insieme.
La cosa più riuscita, almeno durante una prima visita, è proprio questa sensazione. Gli spazi sembrano progettati per spingere le persone fuori dalla propria stanza senza obbligarle a farlo. Puoi studiare da solo, andare in palestra, stare su una terrazza, giocare, cucinare, guardare insieme una gara di Formula 1, partecipare a un torneo di padel o fare un barbecue. La sicurezza è uno dei temi su cui Stefano insiste durante il giro, ma quello che rimane alla fine è soprattutto una certa familiarità. Dopo venti o trenta minuti il Villaggio sembra già molto meno enorme rispetto a quando lo si guarda dall’esterno.
Le dichiarazioni degli studenti che vivono il campus
Poi, chiaramente, visitare un posto e viverci sono due cose diverse. Per questo la parte più importante arriva parlando con chi quelle camere le occupa ogni giorno. Beatrice si è trasferita da poco e racconta di essersi sentita immediatamente dentro una comunità. Il fatto che praticamente tutti siano arrivati nello stesso periodo ha aiutato: molta gente è nuova a Milano, molti stanno iniziando un percorso universitario e quasi tutti sembrano avere voglia di conoscersi. La cucina comune è già diventata parte della sua quotidianità, mentre la sera gli spazi condivisi tendono a riempirsi. Anche gli eventi l’hanno sorpresa. Aveva già conosciuto residenze in cui le attività organizzate rimanevano spesso poco partecipate; qui, invece, racconta di aver visto fin da subito persone realmente coinvolte.
Nicola è al primo anno in Bocconi e temeva che dover affrontare contemporaneamente una nuova università, una nuova città e un nuovo posto in cui vivere potesse rendere tutto più complicato. Sale studio, cucine e spazi per socializzare gli hanno facilitato l’inserimento e durante la Welcome Week ha già avuto modo di conoscere ragazzi provenienti da diversi Paesi, uscendo abbastanza velocemente dal classico giro di persone della propria università.
È anche quello che fa emergere meglio le prime piccole frizioni di un posto appena aperto. Le lavatrici, racconta, sono spesso occupate e ne aggiungerebbe qualcuna; la palestra gli piace molto, ma secondo lui potrebbe essere completata con alcuni macchinari e pesi in più. Ha anche immaginato una sorta di rappresentanza degli studenti, magari organizzata per edificio, che possa raccogliere richieste e suggerimenti e portarli più facilmente alla gestione. Non sono problemi enormi, e lui stesso li racconta come aspetti di una struttura ancora all’inizio, ma sono interessanti proprio perché iniziano a far uscire il Villaggio dalla dimensione del progetto perfetto sulla carta e lo portano dentro la normalità di un posto abitato.
Giorgia parte invece da un’altra esperienza, perché aveva già vissuto in uno studentato. Qui quello che la colpisce è soprattutto la scala. Quasi 1.700 persone nello stesso luogo significano poter incontrare studenti di università, corsi e nazionalità completamente differenti. Nella sua quotidianità universitaria tende a frequentare persone del proprio corso o dello stesso ambiente; nelle cucine, sulle terrazze e negli spazi condivisi del Villaggio questa barriera diventa molto più facile da superare.
È sua anche una delle osservazioni più interessanti emerse durante le conversazioni: «non basta mettere 1.700 studenti insieme per avere una community». Servono occasioni per incontrarsi e attività che abbiano davvero senso per chi vive lì. Proprio su questo Giorgia dice di aver percepito una forte apertura da parte della gestione, interessata a capire quali proposte potessero funzionare invece di costruire un calendario di attività completamente dall’alto.
Come si costruisce una community nel nuovo studentato di Scalo Romana?
CX Living, che oggi gestisce la struttura attraverso CX Campus & Hotel, insiste sullo stesso punto. Federica Di Fabio, Head of Brand Marketing & Communication, descrive la creazione della community come uno degli elementi centrali del progetto, soprattutto in un luogo dove convivono studenti provenienti da culture diverse, Paesi e percorsi universitari diversi. Attività e momenti condivisi servono a creare occasioni di incontro, ma questi primi mesi hanno anche un’altra funzione: capire come gli studenti useranno davvero il Villaggio. I loro feedback, spiega CX, serviranno a modificare e migliorare servizi, orari, attività ed eventi nel tempo.
Beatrice, per esempio, sente ancora il Villaggio leggermente isolato rispetto alla vita immediatamente circostante. Per trovare più bar o movimento bisogna spostarsi verso Ripamonti e Porta Romana, anche se tram e autobus rendono questo passaggio abbastanza semplice. Giorgia legge invece il quartiere come una zona tranquilla e ben collegata, con i servizi essenziali già vicini e la possibilità di muoversi facilmente anche in bici. Nicola va in Bocconi a piedi, in bicicletta o con il tram e racconta di essersi trovato bene anche muovendosi nel quartiere la sera.
Lo studentato di Scalo Romana e la riqualificazione di Milano Sud
Lo studentato è già praticamente una piccola città universitaria, mentre Scalo Romana è ancora un pezzo di Milano in piena trasformazione. COIMA immagina il Villaggio come il futuro “cuore giovane” del nuovo quartiere. Nei prossimi mesi i piani terra dei nuovi edifici e gli immobili storici riqualificati, come la Squadra Rialzo e l’edificio Basilico, dovranno progressivamente ospitare negozi e servizi, mentre intorno continuerà a prendere forma il più ampio progetto di rigenerazione dello Scalo. L’area sarà completata da residenze, attività, servizi e un grande parco pubblico.
È anche il livello su cui insiste la Vicesindaca di Milano Anna Scavuzzo. Per il Comune, lo studentato rappresenta contemporaneamente un’opportunità per i fuori sede e per un quartiere che sta cambiando identità. Il Piano Integrato di Intervento riguarda infatti l’intero ex scalo ferroviario e prevede nei prossimi anni residenze libere, sociali e convenzionate, funzioni commerciali e terziarie, un grande parco e nuovi percorsi ciclopedonali. Scavuzzo inserisce questa trasformazione in un’area più larga che comprende già Fondazione Prada, Symbiosis e Torre Faro e che, nelle intenzioni dell’amministrazione, sta passando da zona ex industriale a distretto multifunzionale.
La presenza universitaria fa parte di questo processo. La Vicesindaca sottolinea come la promozione della residenzialità universitaria e post-universitaria sia uno degli elementi su cui il Comune sta lavorando anche in altre trasformazioni milanesi, da Bovisa a Greco-Breda fino all’ex Macello. L’idea è che una persona possa arrivare in una zona della città per studiare e, terminato quel percorso, trovare le condizioni per continuare a vivere a Milano.
Il futuro del Villaggio Olimpico dopo Milano Cortina 2026
Oggi, però, basta uscire dal Villaggio per capire che questa parte della storia deve ancora essere scritta. Dentro ci sono già studenti che cucinano insieme, studiano, fanno sport, organizzano attività e iniziano a costruire una loro routine. Fuori ci sono ancora cantieri, spazi che devono cambiare funzione e un quartiere che nei prossimi anni sarà molto diverso da quello che si vede adesso.
Forse è proprio questo contrasto a rendere interessante visitare il Villaggio oggi. Si entra aspettandosi un posto ancora sospeso tra Olimpiadi e futuro, e si trova una struttura che ha già cominciato ad avere una sua vita quotidiana. Il progetto è nuovo, gli arredi sono ancora nuovi, diversi equilibri devono essere trovati e inevitabilmente emergeranno altre esigenze. Sarebbe strano il contrario.
Per ora le criticità raccontate dagli studenti sono molto concrete e quasi domestiche: qualche lavatrice in più, una palestra da completare, un modo più diretto per dialogare con la gestione. Allo stesso tempo tornano continuamente le stesse parole: persone, spazi comuni, incontri, sicurezza, apertura.
Durante il giro non emerge quella sensazione asettica che l’architettura potrebbe suggerire da lontano. Succede quasi il contrario. Il Villaggio sembra già riuscire a proteggere una piccola quotidianità mentre intorno tutto continua a cambiare. Le tracce delle Olimpiadi resteranno probabilmente ancora per molto. Le bandiere sulle facciate, le targhe degli atleti, le fotografie e i ricordi di quei mesi fanno ormai parte del posto. Ma il vero banco di prova è cominciato adesso. La parte più difficile, quella che non può essere progettata fino in fondo, spetta alle quasi 1.700 persone che dovranno trasformare questi spazi in abitudini, relazioni e ricordi. In poche settimane qualcosa ha già iniziato a succedere. Il resto, inevitabilmente, lo faranno gli studenti.









