«L’ingrediente per recitare? Una vita vissuta», intervista a Cristina Donadio Estratto da Cinema Napoletano, il secondo free press di nss edicola

«L’ingrediente per recitare? Una vita vissuta», intervista a Cristina Donadio Estratto da Cinema Napoletano, il secondo free press di nss edicola
Questa intervista fa parte di Cinema Napoletano, il secondo numero della pubblicazione gratuita di nss edicola, prodotta in collaborazione con MUBI in occasione della prima edizione napoletana del MUBI Fest. Il progetto editoriale esplora la storia del cinema napoletano attraverso le voci di registi, attori, produttori, esercenti e figure chiave che continuano a plasmarne l'identità, esaminando il profondo legame tra Napoli e il grande schermo.

Mentre facciamo la nostra chiacchierata, Cristina Donadio è attualmente al cinema con Le bambine di Valentina e Nicole Bertani. Classe 1960, originaria di Posillipo, Napoli, l’attrice è felice di aver preso parte ad un film «speciale fatto da persone speciali», che definisce «un viaggio per i cinque sensi dove la storia delle registe diventa universale e visionaria». Non potrebbe avere più ragione. Il film, presentato al festival di Locarno prima di arrivare in sala, è uno degli ultimi titoli di una lunga lista che l’ha vista sul piccolo e grande schermo, uno di quelli di cui essere fiera, come lo è della sua vita, della sua professione e delle proprie consapevolezze, arrivate nel corso di un’intera carriera e di cui ci racconta nell’intervista.

Ha intrapreso il mestiere dell’attrice fin da giovane, era una vocazione?

Mia madre diceva: sei una pagliaccia. Intendeva che mi piaceva giocare. Giocavo e recitavo. All’elementari imparai una lunghissima poesia, Breus, il cavalier dei cavalieri, e la maestra stessa si sorprese di come riuscissi a ripeterla a memoria. A casa, invece, mio nonno faceva salire sul tavolo me e i miei fratelli, ci dava cinquecento lire d’argento e diceva: adesso ognuno di voi faccia qualcosa. Non erano i soldi l’importante, ma ciò che quello scambio rappresentava. Quando poi salivo, non scendevo più. Il tavolo della cucina dei nonni è stato il mio primo palco. Non so se perciò vocazione può equivalere a questa espressione che mia madre utilizzava su “l’essere una pagliaccia”, so che ero già consapevole che quella era la maniera con cui mi piaceva esprimermi

Come è passata dal teatro, luogo dei suoi inizi, al recitare davanti alla camera da presa?

Accadde durante la mia prima tournée teatrale. In quel momento a Napoli Werner Schroeter, con cui avrei girato Nel regno di Napoli, stava cercando le location e le ispirazioni per il suo film. Quando dissi alla mia famiglia che avrei provato col cinema, mio padre rispose: «va bene, ma ti considererò un’attrice solo dopo che avrai vinto l’Oscar». Ovviamente l’Oscar era metaforico, ciò che intendeva era che se avessi deciso di intraprendere una simile strada avrei dovuto prenderla sul serio e non mi sarei mai dovuta accontentare. Mio padre, che era un uomo che amava l’arte, il cinema e la musica classica, che amava Charlie Chaplin – il quale ha influenzato fin da piccola il mio immaginario – in quel momento mi diede uno degli insegnamenti più importanti. 

E come andò il debutto?

Schroeter era uno degli esponenti della nouvelle vague tedesca insieme a Rainer Werner Fassbinder, Wim Wenders e Werner Herzog. Era un anticonformista, viveva in Messico anche se era tedesco e con Il regno di Napoli raccontò la storia di due fratelli dalla nascita nei primi anni Quaranta fino alla loro fine negli anni Settanta. Un film meraviglioso che ebbe una buona risonanza all’estero e molto meno qui in Italia. A Napoli non fu capito. Quando uscì nel ’78 la città era abbastanza disastrata e lo sguardo razionale e distante di Schroeter destabilizzò chi ci viveva, non riusciva a coglierne l’amore ed il fascino che nascondeva sotto. Per quanto mi riguarda, resta un’avventura meravigliosa. E, per chi vuole, può recuperarla proprio su MUBI.

Quali altre esperienze hanno lasciato il segno? 

L’errore più grande che feci: lasciare il set de La città delle donne di Federico Fellini. Lo rimpiango ancora oggi. 

Cosa successe?

La mia agenzia mi procurò un provino con Fellini. Mi recai al leggendario Studio 5 di Cinecittà, mi presentai e lui mi chiese di raccontargli di me. Nel frattempo disegnava su un foglio e quando finì me lo passo dicendomi: questo è il tuo personaggio. Sarei stata il sogno ricorrente di Marcello Mastroianni. Firmai il contratto e dopo un mese in cui ogni giorno andavo sul set truccata, vestita e pagata, ma non giravo nemmeno una scena, decisi di andarmene. Andai dalla mia agenzia e dissi che volevo lasciare per fare un altro film, il Bim bum bam di Aurelio Chiesa. Fu una decisione sciocca, arrogante e infantile. Fellini non aveva un piano di produzione, arrivava sul set e sceglieva cosa girare. Sul momento non capivo che avrei potuto assorbire molto di più anche solo stando lì ad osservare, ma grazie a quell’errore ho imparato a non farne altri. O, almeno, a provarci.

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C’è però un altro mito con cui ha rinunciato a lavorare ed è Eduardo De Filippo. 

Di quella volta però non me ne pento. Era il periodo in cui faceva commedia per la televisione. Mi chiamò per fare sua figlia ne Il sindaco del Rione Sanità. Quando mi offrirono la parte ero in tournée teatrale con Nino Taranto, un grande attore e drammaturgo che viveva la competizione con De Filippo visto che, rispetto a lui, veniva considerato più pop. Anche se non gli fece piacere, mi disse di andare. Quando arrivai per firmare a Cinecittà dove si girava Eduardo De Filippo mi chiamò e mi disse: vi ho cambiato la parte. Non ero più la figlia, ma un personaggio praticamente inesistente che appariva solo al terzo atto. Me ne andai. Mi dissero tutti che ero pazza, ma per me era un’ingiustizia. Avevo lasciato un tour per la parte e mi era stata tolta. Ovviamente De Filippo non mi ha più chiamata, ma tornando indietro rifarei la stessa cosa. 

Nel 1993 lavora con Pappi Corsicato per Libera, un film che ha dettato un punto importante nella sua carriera. Cosa ricorda di quella collaborazione? 

Dopo Nel regno di Napoli e prima di Libera ho fatto altre piccole cose per il cinema le quali hanno avuto più o meno successo. Pappi era tornato da New York e si era portato dietro un migliaio di immagini che aveva visto fuori e che voleva realizzare. Dato che era stato via per tanto lo aiutai a rientrare in contatto con l’ambiente e col tempo riuscì a portare a compimento Libera, un titolo significativo nel cinema degli anni Novanta. Un film che abbinerei a Le bambine per la sua anima folle e creativa e che, ancora oggi, rimane del tutto intatta. Direi che, anzi, forse ora il suo valore viene riconosciuto più di quanto avvenne al tempo. Uscì come opera d’essai di nicchia, ma andando avanti è riuscita a trovare un largo pubblico, come dimostra il restauro che abbiamo presentato ultimamente e che ha chiamato molti spettatori. 

Come hanno influito le sue radici partenopee nel lavoro di attrice?

Ho vissuto la mia napoletanità in modo contrastante per un sacco di tempo e il motivo è che all’inizio nemmeno ci badavo troppo. Sono gli altri che me lo facevano notare e non nella maniera in cui si può pensare. Sono sempre stata considerata una napoletana sui generis perché non avevo un accento marcato, venivo da una famiglia borghese e non rappresentavo l’idea classica che soprattutto il cinema aveva degli attori e delle attrici che venivano da qui. Per alcuni ruoli non mi prendevano nemmeno in considerazione, perché non credevano che sapessi parlare la lingua della mia città. La realtà è che per me recitare è sempre stata un’altra cosa, è essere un personaggio, perdermi in un ruolo e Scianel nella serie Gomorra ha dimostrato che potevo avventurarmi anche nei territori del dialetto.   

In che modo? 

Nella mia carriera c’è stato un prima e dopo Scianel. Per interpretarla non ho voluto affidarmi ai cliché, per me non era solo una camorrista, bensì più una Lady Macbeth o una Clitemnestra. Recitare è qualcosa di profondo, nonostante le nostre vite siano tanto diverse ho comunque scavato nei miei demoni per restituire un ritratto del personaggio. È una lezione che ho appreso da Enzo Moscato, con cui ci siamo incontrati in un momento di perdita per entrambi e ci siamo ritrovati molto vicini. Lui mi disse che recitare non è un mestiere rassicurante. Non è narcisismo. Bisogna voltare la camera verso se stessi e da lì trarre i sentimenti per far vivere un personaggio. Non interpretarlo, viverlo. La vita vissuta è l’ingrediente fondamentale, l’unica carta con cui si può giocare in un lavoro in cui non si può barare.  

Quali sono i luoghi più cinematografici di Napoli? C’è qualche perla che è rimasta ancora nascosta?

Napoli è stata sfruttata in tutti i modi e le sfaccettature. Io vivo in una zona splendida, Posillipo, che affaccia sul mare. Un luogo celebrato da poeti, scrittori. Un posto dell’anima che vivo ancora e che registi come Mario Martone, Paolo Sorrentino e Pappi Corsicato hanno saputo riprendere nella propria maestosità. Ma Napoli è anche una città che ha delle cicatrici strutturali, che è stata distrutta e martoriata. Ci sono strati fondamentali che sono stati coperti col cemento. Ma è talmente piena di vita che credo che sia un luogo che può continuare ad essere raccontato all’infinito, non solo attraverso gli stereotipi del mandolino e della canzone napoletana, ma investigandone la sua anima più autentica. L’importante è non abituarsi mai alla sua visione. Da casa mia vedo il contorno di Napoli, Capri, il Vesuvio, è un paesaggio che cambia e che mi commuove ogni giorno.  

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Abbiamo ripercorso gli inizi della sua carriera e i momenti centrali. Ma qual è il primo ricordo che ha del cinema, il più indelebile?

Per un periodo della mia vita il cinema ha coinciso con l’estate. In concomitanza con la bella stagione in televisione mandavano una serie di film d’autore. Titoli che andavano da Hitchcock a Rossellini e Fellini. Tutto il cinema italiano, dai maestri del dramma a quelli della commedia all’italiana. Film bellissimi, film in bianco e nero. Con le grandi dive del passato, da Ava Gardner a Veronica Lake. Erano figure mitiche, intoccabili, ti si allargava il cuore a guardarle. Mio padre ci faceva vedere i film in tv, poi dopo scendevamo al mare. Al cinema, invece, ricordo quando andammo a vedere Tutti per uno di Richard Lester con mia sorella. Eravamo grandi fan dei Beatles e avevamo convinto i nostri genitori a mandarci al cinema da sole. Io ho sempre avuto una passione per George Harrison, lei per Paul McCartney. Ricordo ancora la libertà che provammo, soprattutto di poter urlare il nostro amore per i Beatles sentendoci parte di una comunità

Anche MUBI, nonostante il suo nascere come piattaforma, incentiva l’incontro tra persone grazie al suo festival. Qual è un bel momento di incontro che ricorda nel corso della sua carriera?  

Nel periodo di Gomorra ci incontravamo a casa di Stefano Bises per vedere i primi e gli ultimi episodi della stagione. Sono sempre andata quando facevo parte del cast e mi è capitato di tornarci anche quando il mio personaggio non era più parte della serie. Anche Roberto Saviano veniva insieme a noi, era un appuntamento che testimoniava come fossimo diventati una famiglia. È stato questo il bello di realizzare una serie come Gomorra, l’aver instaurato dei rapporti autentici.  

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