«Quella volta che rubai un libro a Peppe Lanzetta», Edgardo Pistone intervista Peppe Lanzetta Estratto da Cinema Napoletano, il secondo free press di nss edicola

«Quella volta che rubai un libro a Peppe Lanzetta», Edgardo Pistone intervista Peppe Lanzetta Estratto da Cinema Napoletano, il secondo free press di nss edicola
Quest’intervista fa parte di Cinema Napoletano, il secondo numero del free press di nss edicola, realizzato in collaborazione con MUBI in occasione della prima edizione napoletana del MUBI Fest. Un progetto editoriale dedicato a raccontare la storia del cinema partenopeo attraverso le voci di registi, attori, produttori, esercenti e protagonisti che continuano a plasmarne l’identità, esplorando il profondo legame tra Napoli e il grande schermo.

Una notte di qualche anno fa, anzi di molti anni fa, di cui non ricordo più la data ma ricordo l'ora, alle tre in punto mi arriva un messaggio. Un sms in maiuscolo: «QUANDO CI VEDIAMO, SONO PEPPE LANZETTA». Erano passati pochi minuti e avevo già scritto una risposta lunga. Troppo lunga per essere inviata subito. Dentro c'era una confessione semplice: il primo suo libro l'avevo rubato. Da un set in Accademia di Belle Arti di Napoli, dove studiavo. Tra le scenografie allestite per un'esercitazione mi aveva attirato la copertina. E il titolo: Una vita postdatata.

Ho sempre pensato che i libri si potessero rubare. Soprattutto a vent’anni. Bolaño lo avrebbe capito. Forse l'ha anche detto, in qualche intervista. A vent'anni hai pochi soldi. Due euro. Un pacchetto di sigarette da dieci. E il resto è desiderio. Forse lo sanno anche le librerie e le case editrici, che in quel furto c'è un futuro lettore da sedurre e quindi chiudono gli occhi.

Quando ho girato il mio primo film, ho organizzato una proiezione privata, solo per lui. Volevo che lo vedesse prima degli altri. A tenerci insieme, c'era Gaetano Di Vaio. Lanzetta lo aveva educato alla bellezza; a me, più tardi, Gaetano aveva fatto da produttore. Era il nostro tramite. Abbiamo parlato di cinema. Che poi è uno dei modi più eleganti che conosco per parlare di sé.

Poi quella notte non ho scritto più niente. Ho cancellato tutto. Forse ha sbagliato destinatario, penso, e se gli rispondo con un messaggio così lungo faccio una mossa goffa ed esibizionista. Ho risposto solo: «Quando vuoi». Lui ha risposto: «Domani a Fuorigrotta, al Valentino, alle 17».

Oggi vorrei tornarci. A quell'incontro. Un lettore e uno scrittore nello stesso bar. Allo stesso bar. Peppe ha negli occhi una luce giovane. E qualcosa di più vecchio. Parla napoletano e questo mi ricordo che mi piaceva molto, parlavo molto di scrittori che non conoscevo e questo mi piaceva ancora di più. Come se ridesse e ricordasse insieme, con la vanità di una vecchia zia. Ah, poi poco prima di salutarci, gli ho raccontato del furto con imbarazzo. Lui, serio, mi ha risposto: sei mio fratello.

Per questa intervista mi sono concesso una specie di libertà: mettere in relazione l’universo poetico del Peppe Lanzetta scrittore con il cinema che ha amato. Perché è l'unica cosa di cui posso parlare: non sono né un giornalista né un critico. 

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Edgardo Pistone: Peppe io ho sempre avuto l'impressione che le immagini, nei tuoi racconti, siano più potenti delle storie. E questa è una caratteristica del cinema che mi piace molto. Alcune di queste immagini ritornano spesso nei tuoi racconti: secondo te quale resta ancora viva? Quale continua a bussarti alla porta e vuole, in qualche modo, essere raccontata?

Peppe Lanzetta: L'immagine della solitudine e quella della speranza. L'immagine specifica è quella che simbolicamente possiamo trovare nel racconto L'immensità, in Figli di un Bronx minore, quando parlo della solitudine di questo cantante di categoria C che litiga col suo impresario sulla scogliera di Torre del Greco, che lo faceva uscire ad esibirsi sempre dopo il conto. O magari alla fine del matrimonio. Eludendo la sua speranza di trovare un pubblico più attento.

Quindi il mio amore per gli ultimi non è un amore deciso a tavolino perché era di moda: è un amore atavico, nato probabilmente quandfo prendevo il pullman con mia madre per andare a Licola d'estate e lei, sul pullman, mi diceva abbassati, così non paghiamo il biglietto. Essere cresciuto con la privazione, con la speranza di un ritorno migliore, ha fatto sì che tutti questi personaggi li avessi dentro, uno alla volta. Sono cresciuti con me e sono venuti tutti fuori. Non mi sono più allontanato dai miei compagni di adolescenza, di gioventù, e di sventure dell'infanzia in particolare.

È vero, certe cose ti portano una sorta di nostalgia, ma in realtà c'è uno sguardo soprattutto politico. E che oggi, di questi tempi, si fa più fatica a capire. Quindi questi personaggi busseranno sempre alla mia porta, e alla mia porta sanno che qualcuno aprirà. Potranno anche bussare ad altre porte, ma non so se qualcuno aprirà. Questo è un po' il senso.

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Edgardo Pistone: Tornando sempre a questa umanità che conosci bene e hai raccontato benissimo – anzi, a cui hai dato una dimensione poetica, oltre che politica – c'è una storia, un film, qualcosa che ti fa dire: questa l'avrei voluta scrivere io?

Peppe Lanzetta: Chiaramente, quando io comincio a scrivere c'era già stato Vittorio Tondelli, che aveva scritto Altri libertini, Pao Pao, Camere separate. Questo scrittore morto di AIDS a 36 anni, di Reggio Emilia, che per me fu il ponte tra l'America a cui guardavo e l'Italia che stava cambiando, diciamo.

Edgardo Pistone: E al cinema?

Peppe Lanzetta: Al cinema il film di Claudio Caligari, Non essere cattivo, concluso poi da Valerio Mastandrea. Quel racconto di quella Ostia degli anni Novanta che per me faceva il paio con le cose che scrivevo in quegli anni, e che forse ho sempre scritto. Erano esistenze e storie che mi interessavano, e mi è dispiaciuto molto che Caligari, che aveva già fatto Amore Tossico, poi non riuscì a finirlo. Però, come dire, quel mondo lì, quel mondo sommerso, che poi è sfociato violentemente in Suburra, che di colpo aveva smesso di interessarmi. Forse era la delicatezza delle anime che Caligari mette in scena a interessarmi più di tutto cosa che altri esperimenti analoghi non hanno prodotto lo stesso risultati.

Edgardo Pistone: Se un giovane regista volesse adattare un tuo libro, qual è la cosa che gli chiederesti di non tradire? L'atmosfera, i personaggi, una certa idea di umanità? 

Peppe Lanzetta: Quando hai a che fare con persone che si avvicinano a un'opera letteraria, devi anche rispettare la loro idea, la loro visione delle cose. L'importante, come dici tu, è non tradire. Non tradire tout court quella che è l'anima del processo. In fondo credo che l'unica cosa che lascio davvero siano le cose che ho scritto, che ancora oggi mi emozionano. Motivo per cui ho un enorme rispetto, e capisco anche perché dopo Infernapoli, che sono passati quindici anni, io non riesca più a scrivere un'altra cosa: forse ho già dato tutto a quel processo.

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Edgardo Pistone: Tu per anni hai raccontato figure che vivevano ai margini della rappresentazione ufficiale. Oggi quei margini sono continuamente fotografati, stereotipati, raccontati. E soprattutto molto esposti.

Peppe Lanzetta: E questo mi fa tristezza. Tristezza perché è come quando un turista viene a Napoli per due giorni e dice: sono stato a Napoli. Apparteniamo a un'etnia culturale, morale, che comprende un dolore che vive e non lo conosce fino in fondo. Certo, Napoli è cambiata, va bene che arrivino i turisti e quant'altro, però chiunque si avvicina a questa città, a questo mondo, dovrebbe essere onesto con sé stesso, prima di tutto. Poi ognuno è libero di fare quello che ritiene giusto, quello che vuole insomma. Pasolini diceva che Napoli sarebbe stata l'ultima tribù, che piuttosto di votarsi all'omologazione si sarebbe autodecimata. Ma pure Napoli si è votata all'omologazione, quindi quell'assioma di tanti decenni fa forse non va più bene.

Edgardo Pistone: L'immagine contemporanea di Napoli oggi oscilla tra fascinazione e consumo. Pensi che esista un film girato a Napoli che l'ha raccontata senza tradirla?

Peppe Lanzetta: Guarda, all'inizio del suo percorso Pappi Corsicato, quando fece Libera, mi piaceva. Mi piaceva perché era irriverente, un po' spagnolo, con uno sguardo visionario. Poi i film di Capuano, sicuramente. Ci sono stati tanti buoni debutti, ovviamente anche L'uomo in più di Sorrentino. Da questo punto di vista la città offre storie, panorami e paesaggi straordinari. Il problema è sempre stato non cadere in quella retorica di moda. Però il meglio, secondo me, deve ancora venire.

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Edgardo Pistone: Una rassegna di tre o quattro film che più ti hanno emozionato, che ti hanno segnato nella formazione. Quali metteresti?

Peppe Lanzetta: Allora, ti dico subito Arancia meccanica, Ultimo tango a Parigi, Il padrino, Barry Lyndon. Sì, sicuramente Ultimo tango a Parigi. E Kubrick: qualsiasi cosa di Kubrick non potrebbe mancare.

Edgardo Pistone: Io ho sempre pensato e forse te l'ho già detto che tu per me sei prima un poeta. E poi un romanziere, e poi un regista teatrale, e poi un attore.

Peppe Lanzetta: Grazie.

Edgardo Pistone: Ma lo penso sinceramente.

Peppe Lanzetta: Lo so. Forse questo rimane perché, così come io sono cresciuto con Pasolini, anche quando non capivo la sua poetica più impegnata, quella della religione del mio tempo, quella delle Ceneri di Gramsci – nei suoi due romanzi avevo capito che c'era un'altra parte di umanità da raccontare. E quello ho provato a fare. Ho cercato solo di allungare lo sguardo di questi grandi personaggi che ci hanno preceduto.

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Edgardo Pistone: E rispetto ai poeti, a cui un tempo veniva riconosciuta una specie di funzione pubblica, quasi civile. Oggi quella voce sembra più marginale; ormai essere poeta è diventato quasi solo un sostantivo.

Peppe Lanzetta: È una barzelletta, Edgà! È una barzelletta, perché la deriva morale a cui siamo arrivati spiega praticamente tutto quello che c'è da capire.

Edgardo Pistone: Non pensi che questa tendenza che tu definisci barzelletta, con un pizzico di amarezza, sia anche la più grande forma di libertà concessa all'uomo che cerca bellezza e leggerezza?

Peppe Lanzetta: Assolutamente! Dal momento in cui per tutta la vita hai agognato a un sentimento di libertà, e non di individualismo, consapevole che tutto questo avesse un prezzo da pagare… un prezzo l'abbiamo pagato, lo stiamo pagando ancora. Però io ieri sera ero in scena in un posto del Cilento e stamattina ho deciso di fare un tuffo a mare: per me questa è in assoluto libertà che mi voglio concedere, da sempre. Cioè questo rapporto con la vita senza gli affanni, senza il correre dietro alle cose, al denaro, al potere, alle istituzioni. Non me n'è mai fottuto niente. Voglio dire, la libertà comunque ha un prezzo che devi pagare. E io l'ho pagato. Negli anni ho pagato. Ora sono qua, e a settant'anni un po' di allegria me la voglio anche concedere.

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Edgardo Pistone: Restando sul tema della libertà e della poesia, che possono sembrare parole grosse, ma sono parole, e noi abbiamo il dovere o la possibilità di usarle: secondo te, nel cinema contemporaneo ci sono registi che restituiscono questo spessore, sia di poesia che di libertà?

Peppe Lanzetta: Allora, stiamo parlando io e te, e forse è un caso, forse non è un caso. Per me tu sei, negli ultimi anni, la migliore espressione di questo cinema. Devo ammettere che non ho visto tanto del cinema indipendente premiato e osannato negli ultimi anni. Ma dovendo fare un nome, farei senz'altro il tuo. Così come all'epoca mi piaceva il duo Ciprì e Maresco, poi lo penso anche di Anime nere di Munzi… e poi oggi ci sei tu, perché credo che i premi che hanno dato a te non siano un caso.

Edgardo Pistone: Ovviamente questa cosa, nell'intervista, non la posso mettere…

Peppe Lanzetta: Ma io ci credo veramente. E la devi mettere.

Edgardo Pistone: Un'ultima cosa, un'ultimissima cosa: secondo te, quale parola manca di più al nostro vocabolario, oggi?

Peppe Lanzetta: L'umanità.

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