E se fossero gli skater a insegnarci come progettare le città? Da Milano a Torino e Bologna, lo skate continua a trasformare gradini, piazze e strutture industriali in qualcosa che i progettisti spesso non avevano previsto

E se fossero gli skater a insegnarci come progettare le città? Da Milano a Torino e Bologna, lo skate continua a trasformare gradini, piazze e strutture industriali in qualcosa che i progettisti spesso non avevano previsto

Camminare per una città e attraversarla con uno skateboard sono due esperienze completamente diverse. Una panchina può essere semplicemente un posto dove sedersi, un gradino serve a superare un dislivello e un corrimano dovrebbe aiutare a salire una scala. Per uno skater le stesse cose diventano superfici, ostacoli, curve, altezze e materiali da leggere. La città rimane identica, ma cambia completamente il modo di guardarla.

È proprio questa capacità di vedere possibilità dove il progetto aveva previsto una funzione precisa che rende lo skate interessante anche dal punto di vista architettonico. Iain Borden, professore di Architecture and Urban Culture alla Bartlett di Londra e autore di uno dei principali studi sul rapporto tra skateboarding e città, ha dedicato oltre trent’anni a studiare come gli skater reinterpretano gli spazi urbani. Il suo punto è abbastanza semplice. Una città non viene prodotta soltanto da chi la disegna, ma continua a essere trasformata da quello che le persone decidono di farci.

Lo skate rende questa cosa particolarmente evidente perché lavora proprio sull’architettura esistente. Nella letteratura sul tema vengono definiti «found spaces», spazi e oggetti che non sono stati progettati per essere skateati ma che diventano utilizzabili attraverso la pratica. Scale, muretti, rampe, cordoli e piazze cambiano significato senza che venga modificato praticamente nulla. Una ricerca pubblicata su Frontiers distingue proprio i «found spaces» dagli skatepark progettati e dagli spazi costruiti direttamente dagli skater. Lo street skateboarding vive soprattutto nel primo gruppo, cioè dentro la città normale.

Skateboarding a Milano: come gli skater reinterpretano l'architettura urbana

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Milano offre parecchi esempi. Domus raccontava già nel 2020 come gli skater avessero trasformato in spot luoghi come la piazza davanti alla Bocconi progettata da Grafton Architects e gli spazi intorno alla Stazione Centrale. La cosa interessante è che non serve necessariamente un’architettura spettacolare. Conta molto di più la qualità di un pavimento, l’altezza di un bordo, la continuità di una superficie o il materiale di una panchina. Elementi quasi secondari per chi attraversa quello spazio possono diventare il motivo principale per cui uno skater decide di tornarci.

Naturalmente questa lettura alternativa della città crea anche conflitti. Alla Stazione Centrale, per esempio, già anni fa erano comparsi degli skate-stopper, piccoli elementi metallici applicati ai muretti proprio per impedire alle tavole di scivolarci sopra. Il Corriere della Sera raccontava nel 2013 il contrasto tra gli spot spontanei utilizzati dagli skater milanesi e alcuni skatepark costruiti senza coinvolgerli nella progettazione. È una dinamica che continua a essere centrale. Se lo skate nasce dall’utilizzo libero della città, costruire uno spazio dedicato può significare riconoscerlo, ma può anche diventare semplicemente un modo per spostarlo altrove.

Dagli skatepark di Milano a via Pontano: lo skate diventa parte dello spazio pubblico

A Quarto Oggiaro è successo qualcosa di diverso. Nel 2018 il progetto iniziale dello skatepark prevedeva strutture modulari standard in metallo e legno, ma l’associazione Milano Skateboarding diede parere negativo e venne coinvolta direttamente nello sviluppo di una soluzione alternativa. Da quel confronto è nato uno spazio di 556 metri quadrati progettato insieme a UAO Skateparks e pensato non come un oggetto separato dal parco, ma come un’«estensione skateabile dello spazio pubblico». Rampe, ledge e superfici entrano quindi nel disegno del luogo invece di essere semplicemente appoggiati dentro un recinto.

Negli ultimi anni questa logica è comparsa anche in altri interventi milanesi. Alla fine del 2024, la riqualificazione dei sottopassi ferroviari di via Pontano ha inserito lo skate direttamente dentro un progetto più ampio di spazio pubblico. I quattro tunnel tra viale Monza e via Padova sono diventati il Tunnel Boulevard, mettendo insieme urban art, nuove aree pedonali e uno skatepark diffuso. Nel tunnel di via Merano è stata costruita anche una grande half-pipe coperta. Qui lo skate non arriva dopo il progetto, ma diventa uno degli strumenti utilizzati per far vivere un luogo che prima era soprattutto uno spazio di passaggio.

Parco Dora a Torino: quando lo skateboarding trasforma l'architettura industriale

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A Torino il rapporto è ancora diverso. Parco Dora nasce dalla trasformazione di una gigantesca area industriale e mantiene ancora oggi capannoni, pilastri e strutture delle vecchie acciaierie. Sotto la grande Tettoia di Strippaggio dell’area Vitali si sono progressivamente concentrate attività come basket, parkour, graffiti e skateboard, al punto che il Comune descrive oggi quella parte del parco come un vero hub degli sport urbani. L’architettura industriale non era chiaramente nata pensando a una tavola, ma copertura, superfici enormi e assenza di una funzione rigida hanno reso quello spazio particolarmente facile da reinterpretare.

Anche qui, quando è arrivato il momento di sostituire le vecchie strutture deteriorate, la progettazione è passata attraverso chi utilizzava realmente lo spazio. Nel 2020 Skateboarding Torino presentò al Comune uno studio di fattibilità che diventò la base per le nuove attrezzature di Parco Dora. È un dettaglio interessante perché ribalta il rapporto classico tra progettista e utente. Chi fa skating non arriva soltanto alla fine per utilizzare uno spazio già deciso, ma possiede un tipo di conoscenza tecnica della città che può entrare direttamente nel progetto.

Quella conoscenza riguarda anche cose estremamente semplici. Una superficie troppo ruvida può rendere impossibile utilizzare una tavola, pochi centimetri cambiano completamente un ostacolo e una crepa che per un pedone è quasi invisibile può interrompere una linea. Nel 2025, proprio a Parco Dora, la situazione era arrivata al punto che un’interpellanza del Consiglio comunale segnalava alcuni bambini intenti a riempire le crepe dello skatepark con materiali di fortuna per renderlo nuovamente utilizzabile. Una scena abbastanza estrema che racconta quanto costruire questi luoghi senza mantenerli significhi rapidamente perdere quello che li rende utilizzabili.

Skatepark a Bologna e Napoli: le nuove frontiere della riqualificazione urbana

Bologna mostra invece come questa cultura possa entrare dentro spazi che fanno molte altre cose contemporaneamente. Piazza Lucio Dalla, inaugurata nel 2022 sotto l’ex tettoia del mercato ortofrutticolo della Bolognina, occupa quasi seimila metri quadrati e combina concerti, attività di quartiere, ristoro e skateboard. Il Comune la descrive come una piazza pensata per cambiare continuamente attività durante la giornata, mentre la Commissione Europea l’ha inserita tra i casi europei di trasformazione dello spazio pubblico. Non esiste quindi più una divisione così netta tra «luogo per gli skater» e «luogo per tutti gli altri».

La stessa Bologna sta continuando in questa direzione. Pochi giorni fa è stato presentato il progetto per trasformare parte della vecchia pista di pattinaggio della Lunetta Gamberini in una nuova area skateboard, inserendola insieme a ping-pong, gioco libero, nuove sedute e verde. A Napoli, invece, nel 2026 è partito il progetto per realizzare al Kobe Park dell’Arenella quella che viene indicata come la prima area skateboard pubblica della città, ricavata all’interno di uno spazio sportivo già utilizzato per il basket e nato in larga parte grazie a iniziative spontanee e associazioni locali.

Il futuro dello skateboarding nelle città italiane: oltre gli skatepark tradizionali

Messe insieme, queste esperienze raccontano un cambiamento interessante. Per molto tempo il rapporto tra skate e architettura è stato quasi una rincorsa. I progettisti realizzavano lo spazio, gli skater scoprivano un modo imprevisto di utilizzarlo e, in alcuni casi, arrivavano divieti o piccoli dispositivi per impedire che continuassero a farlo. Oggi alcune città italiane stanno invece iniziando a coinvolgere quella stessa cultura nella progettazione, passando dallo skatepark come recinto all’idea di uno spazio pubblico che possa essere skateabile insieme a molte altre cose.

Rimane però una contraddizione. Lo street skateboarding funziona proprio perché non aspetta il permesso dell’architettura. Una ricerca pubblicata sul British Journal of Criminology descrive lo skate di strada come una pratica capace di mettere in discussione l’ordine estetico e funzionale dello spazio pubblico. Una scala progettata per essere salita diventa qualcosa da scendere, una panchina smette per qualche secondo di essere una seduta e una piazza pensata per essere attraversata diventa un luogo dove rimanere per ore.

Forse è proprio questa la cosa che gli skater possono insegnare meglio a chi progetta le città. Un buon spazio pubblico non deve necessariamente prevedere tutto quello che succederà al suo interno. Può anche lasciare abbastanza libertà perché qualcuno trovi un utilizzo che sulla pianta non esisteva. Gli skater lo fanno da decenni. Guardano un pezzo di città già finito e iniziano a progettarlo di nuovo.

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