
28 Agosto 2026
La malinconia estiva secondo il cinema italiano Da "Il sorpasso" a "Chiamami col tuo nome", quando la bella stagione è già (quasi) finita
«L’estate sta finendo e un anno se ne va...». Così cantava nel 1985 il duo dei Righeira, che solo due anni prima faceva scatenare in pista le persone con un’altra hit del loro repertorio, Vamos a la playa. Una sonorità musicale molto chiara, che riprende le canzoni ascoltate nelle casse sgarrupate di un qualche lido sulla spiaggia, mentre si mangia un cornetto Algida e si chiude la partita di Burraco. Note che non ci sono più, sostituite dai tormentoni odierni che, sembrano essere andati a loro volta in ferie in questi ultimi anni. Non accompagnano più i bagnanti in acqua con ritornelli ossessivi e ripetitivi, ma ad ogni modo restano lì, ferme in un immaginario.
Perché l’estate è immaginario. Lo è quando ascoltiamo certa musica, quando ci sdraiamo sul lettino in battigia e lo è nelle forme e nei colori che ci sono rimasti negli occhi, spesso accompagnati da un’emozione. Se è l’euforia ad accompagnare l’inizio della bella stagione, molto presto è un sentimento di malinconia quello che sostituisce e si impossessa dell’estate, anche e soprattutto quando non è ancora finita. È un momento di passaggio, uno spazio liminale: c’è ancora la sabbia, ma sappiamo che presto verrà sostituita dall’asfalto, sappiamo che possiamo ancora fare un altro bagno ma che ce ne restano pochi.
La fine dell'estate secondo il cinema
Buon ferragosto o, come preferisco chiamarlo io, buon Il sorpasso (1962) dir. Dino Risi giorno ! pic.twitter.com/v9vGiRympU
— michela ꩜ (@unaltraodissea) August 15, 2024
L’estate finisce quando è ancora nel pieno e il cinema lo ha capito benissimo. Lo ha capito quando alla possibilità dello svago sulla spiaggia ha sostituito la strada, in particolare nel nostro bagaglio socio-culturale che a Ferragosto sa che è impossibile non pensare a Il sorpasso. Se nelle foto che scattiamo nelle macchinette o che ci propongono i social spesso c’è il mare con i suoi riflessi cristallini, in un angolo della nostra mente c’è sempre il deserto di Roma del 15 di agosto.
Non lo vediamo immediatamente, ma è lì: quel momento a cui nessuno vuole pensare, ma che a tutti è capitato di vivere. Quel giorno in cui chiunque sembrava da un’altra parte nel mondo, mentre tu eri il solo ad essere rimasto nel grigio della tua città. Certo, nel film di Dino Risi i protagonisti Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant salgono in macchina e si lasciano la Capitale alle spalle. Passano per il litorale laziale, si addentrano nei borghi, arrivano fino alla costa toscana.
Ma è il Ferragosto vuoto e che sa già di rientro che più ricordiamo, insieme al finale che, come la fine dell’estate ma soprattutto come la vita, ti sbatte in faccia la realtà. È la partenza da Roma per arrivare non si sa dove. Roma che accaldata è anche La Dolce Vita, cartolina per antonomasia insieme alle Vacanze romane con vespa e gelato di Audrey Hepburn e Gregory Peck.
Il Ferragosto del cinema italiano
Il 15 d'agosto è il centro della bella stagione per il cinema italiano. Di tre o quattro mesi di sole, mare e villeggiatura quello resta il momento designato. Lo è per Gianni Dei Gregorio, che nel 2008 scrive e dirige Pranzo di Ferragosto, in cui si prende cura della madre esigente e di altre donne per estirpare alcuni debiti, tutto mentre attorno la città è svuotata, immobile.
Sono invece fuggiti a Ventotene i personaggi di Ferie d’agosto di Paolo Virzì nel 1996, e ci sono tornati nel 2024 con il sequel Un altro Ferragosto per segnare la linea della nascita e della caduta delle posizioni politiche degli italiani i quali, devono poter esprimere la propria anche in vacanza.
E se non è la malinconia l’estetica dei film italiani estivi, come si spiega il finale di Sapore di mare? Un’opera sulla spensieratezza della giovinezza, sull’estate come momento di possibilità, di grandi amicizie e di grandi amori che, a sua volta, seppur uscito nel 1983 riporta indietro all’anno 1964. «Mi sembra di ricordare che ci batteva il cuore», dice in chiusura Virna Lisi ed è un velo di nostalgia quello che cala sul volto di Jerry Calà mentre scruta in lontananza Marina Suma andare via.
Il ricordo dell'estate secondo Guadagnino
@pynkedtsc This movie makes me cry everytime - #callmebyyourname #fyp #timotheechalamet #viral #italy original sound - ່
Tra tutti però ce n’è uno che negli ultimi dieci anni ha segnato la fine della stagione dopo averla inquadrata nella maniera più solare, eccitante, curiosa, investigativa e tenera possibile. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino è diventato il titolo per antonomasia a cui le vacanze dei giovani italiani si sono ispirate, insieme all’estetica della sua Crema che ha riecheggiato nella ricerca delle gite fuori porta dei suoi tanti appassionati. T-shirt, biciclette, uno specchio d’acqua in cui bagnarsi, un letto su cui fare l’amore.
Frutti che diventano oggetti del desiderio e pianoforti che suonano melodie struggenti. Quando tutto questo finisce Elio, ovvero Timothée Chalamet, si mette davanti al fuoco e piange. Non è più estate, il camino è acceso e lui sta diventando grande, anzi, lo è già diventato. Qualcosa è finito, ma solo perché c’è stato. È il ricordo di un’estate, che nel cinema italiano spesso dura più della bella stagione.









