
27 Agosto 2026
Perché le foto di cibo generate dall’AI sono così disturbanti? Qualcuno le ha definite «orrori lovecraftiani»
Dopo l’invasione di flyer generati con l’AI che sono praticamente identici in ogni angolo del mondo e possiedono già una buona fetta di detrattori, la nuova tecnologia ci ha fornito un nuovo orrore: le foto del cibo nei ristoranti. Se fino all’anno scorso ristoranti e osterie popolari che esponevano le foto del proprio cibo si accontentavano di vecchi scatti un po’ sbiaditi e antiquati, e se è vero che molto marketing del cibo si basa su finzioni più o meno note, le immagini di cibo generate dell’AI hanno problemi ben più seri: sono disturbanti.
Mollica di pane bucherellata come legno infestato di tarme, foto di pad thai e burger più simili a un vespaio, bistecche su cui cose sembrano brulicare. Sempre più utenti dei social hanno iniziato a lamentarsi di foto di cibo semplicemente inumane, aliene. Postando un’immagine di gamberetti trasformati dall’AI in anelli di carne rosa senza testa né coda, ma ricoperti da guscio, l’utente di X Sam Biddle (il cui tweet ha raccolto 3,1 milioni di views) ha parlato di «Lovecraftian food horrors». Ma perché queste immagini ci fanno così tanta impressione?
Il cibo AI e l’uncanny valley
The death of folk graphic design in favor of AI slop across our country's delis is leading to some incredibly Lovecraftian food horrors pic.twitter.com/snDyC675Ei
— Sam Biddle (@samfbiddle) August 23, 2026
Il senso di disgusto e impressione che ci prende quando guardiamo queste immagini può essere ricondotto all’idea di «uncanny valley», un concetto formulato dal roboticista Mashiro Mori nel 1970, che parla dell’effetto psicologico di disturbo che gli esseri umani avvertono davanti a un androide o una figura che riproduce l’essere umano che viene riconosciuto fino a un certo punto dal nostro cervello. Oltre quel punto però le discrepanze coi veri esseri umani, come la texture della pelle, la lucentezza degli occhi o la naturalezza dei capelli, trasformano la familiarità in repulsione.
Le immagini AI del cibo attivano proprio questo meccanismo di familiarità inquietante. La parte del nostro cervello che impiega degli schemi visivi per interpretare la realtà riconosce i parametri che definiscono, ad esempio, un gamberetto. Ma poi il fatto che non ci siano testa né zampe, che sembri organico ma non attribuibile ad alcun animale, genera immediatamente un disagio. Lo stesso capita con le foto di burrito che assomigliano a vespai o pane la cui mollica è bucherellata in modo innaturale e dunque inquietante. Tecnicamente il fenomeno si definisce «categorical ambiguity distress». Ma ci sono anche altri impulsi che queste immagini attivano.
Chi ha paura della biologia?
@swaggyreian The amount of pasar malam food vendors using ai generated menu also… like bro… now i have no appetite cuz y does it look like that… #fyp #pov #goosebumps #trigger #trypophobia Oh im not hungry.. - arianka
Un altro fenomeno che molti tirano in causa nel discutere degli orrori alimentari dell’AI è la tripofobia, ossia l'avversione (non ufficialmente riconosciuta come fobia clinica nel DSM) verso pattern di forme concave ravvicinate e ripetute come buchi, bolle, alveoli. Uno studio del 2013 ha dimostrato che le immagini tripofobiche sono assimilabili a quelle di animali velenosi come rane, polpi e alcuni serpenti. Il cervello, secondo questa ipotesi, non reagisce al significato dell'immagine ma alla sua struttura matematica, che il nostro cervello associa a livello subcorticale a segnali di pericolo biologico.
Il disagio di fronte a queste immagini si muove su tanti livelli. Quello della percezione pura, quello cognitivo e quello epistemico, che si riferisce cioè alla nostra capacità di riconoscere il reale. A questo si aggiunge un elemento culturale, cioè di un artefatto visivo imperfetto ma riconoscibile come “vero” che viene sostituito da una perfezione inumana e priva di intenzionalità. Paradossalmente, è proprio l'assenza di imperfezione a rendere queste immagini del tutto aliene. Il cervello non teme l'imperfezione ma la perfezione priva di autore.



