Le 5 case degli scrittori italiani che vale la pena conoscere Dalla poltrona preferita di Manzoni alle tre scrivanie di Pascoli, 5 case in cui scoprire gli autori della letteratura italiana

Le 5 case degli scrittori italiani che vale la pena conoscere Dalla poltrona preferita di Manzoni alle tre scrivanie di Pascoli, 5 case in cui scoprire gli autori della letteratura italiana

A scuola impariamo date, opere e crisi spirituali e degli autori della letteratura italiana e raramente ci rimane impresso altro. Le loro case, però, lavorano su un alto piano: raccontano chi preferiva lavorare su tre scrivanie diverse e chi guardava il mondo da una finestra. Ci sembrano più umani, più vicini a noi incastrati nella loro dimensione quotidiana, che i libri spesso dimenticano di menzionare. Tra cappotti rimasti negli armadi e carte da parati a fiori, ecco 5 case degli scrittori che vale la pena conoscere.

La comfort zone di Alessandro Manzoni

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L'immagine di Alessandro Manzoni che ci viene restituita dai libri di scuola non suggerisce affatto un uomo interessato al comfort. Sembra piuttosto l'incarnazione stessa della Provvidenza, con il suo sguardo austero e gli abiti scuri. Eppure la sua casa di via Morone 1, a Milano, ci racconta un'altra storia, perché qui c'è ancora il grande seggiolone in cuoio su cui preferiva sedersi e la carta da parati a fiori della camera. Manzoni visse qui per sessant'anni, fino alla morte, cosa che assume tutto un altro significato se si considera che soffriva di attacchi di panico e agorafobia. Questa casa era quindi un po' il suo perimetro di sicurezza, il posto da cui ha osservato lo stesso giardino per sei decenni.

Nell'edificio si contano oggi circa 38mila volumi, inclusi quelli appartenuti a lui, con annotazioni a margine. Dopo la sua morte la casa passò di proprietario in proprietario fino ad arrivare al Centro Nazionale Studi Manzoniani, che avviò i lavori per riportarla alle condizioni del 1873. Del mobilio originale purtroppo si è salvato poco, restano però intatti lo studio al pianterreno e la camera dove morì.

Il figlio del Caos in una casa semplice

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L'ultima casa di Luigi Pirandello si trova a Roma in via Antonio Bosio, in una zona che ai tempi pullulava di gente di teatro: per dirne una, nella via dietro abitava Eleonora Duse. È qui che arrivò la notizia del Nobel ed è qui che iniziò a lavorare a I giganti della montagna, rimasti incompiuti perché in questa stessa casa morì, il 10 dicembre 1936.

L'appartamento è un enorme salone-studio, dove è ancora presente la sua scrivania con la macchina da scrivere e lo sgabello esagonale su cui sedeva, circondata da una biblioteca di circa duemila volumi e dai quadri del figlio Fausto. In camera da letto sono rimasti gli oggetti personali e due ritratti di Marta Abba, l'attrice per cui aveva scritto i ruoli degli ultimi anni e che nel frattempo era partita per l'America. Gli eredi donarono allo Stato tutto quello che c'era nell'appartamento e dal 1961 la casa è sede dell'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo.

La casa di D'Annunzio doveva comunicare qualcosa

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D'Annunzio invece non ha mai avuto la minima intenzione di sembrare una persona semplice, e il Vittoriale ne è la prova più chiara. Nel 1921 arrivò a Gardone Riviera, e insieme all'architetto Gian Carlo Maroni cominciò a trasformare una villa in un complesso di circa nove ettari.

Qui ogni luogo e ogni oggetto aveva un significato e contribuiva alla costruzione del suo personaggio, che fosse l'anfiteatro con vista sul lago, l'hangar del MAS 96 con cui partecipò alla beffa di Buccari o i circa 10mila oggetti e 33mila libri. È buffo che il gesto più comune emerga proprio dallo stato di conservazione dei libri, anche qui annotati e pieni di segnalibri di fortuna. Tutte prove di una vita che voleva essere comunicata e ricordata in un certo modo, e le tracce più sincere sono quelle lasciate distrattamente. Chissà se avrebbe apprezzato l'avverbio.

Il nido familiare di Pascoli

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La casa di Pascoli a Castelvecchio, in effetti assomiglia un po' a un nido. Arrivò qui nel 1895 con la sorella Maria e ci restò fino alla morte. Nel suo studio ci sono ancora le tre scrivanie separate: una per la poesia italiana, una per i versi latini e una per gli studi danteschi. E anche nel resto della casa tutto è conservato intatto e con amore. Nella camera ci sono la tuba e il cappotto, come se fosse appena rientrato; nel salottino di Maria i libri di preghiere, i rosari, una macchina da cucire e l'armadio pieno.

In giardino invece c'è la tomba del loro cane Gulì e poco più in là quella del merlo Merlino, a testimonianza dell'amore del poeta per gli animali e la natura. Accanto alla casa, la cappella dove i due fratelli sono sepolti insieme. E che tutto questo sia arrivato intatto fino a noi è proprio merito di Maria, che ha conservato ogni cosa e riordinato le carte del fratello fino al 1953, prima di lasciare il tutto al Comune di Barga.

Una finestra su Recanati

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A Leopardi bastava affacciarsi per osservare la vita che sembrava sempre appartenere a qualcun altro, qualcuno che stava appena dall'altro lato della strada. Il palazzo di famigliaa Recanati dà su una piazzuola che oggi si chiama del Sabato del villaggio, mentre proprio di fronte c'è ancora l'edificio delle scuderie. Ai piani più alti di questo edificio viveva Teresa Fattorini, figlia del cocchiere, che cantava mentre lui studiava chino sui libri nella biblioteca di suo padre Monaldo: circa 20mila volumi raccolti e catalogati affinché i figli studiassero senza uscire di casa. Dal 2020 si può entrare anche nella parte privata, composta da tre camere in fila con il pavimento in ciottoli di fiume, ricavate tra il giardino di ponente e quello di levante perché i figli adolescenti avessero un angolo tutto loro.

Qui c'è la stanza di Leopardi, con la finestra da cui guardava il cielo di Recanati, la stessa da cui contava le stelle dell'Orsa nelle Ricordanze. Col senno di poi, dare a un ragazzo un'intera biblioteca e una finestra su un paese di provincia era il modo più sicuro per fabbricare un poeta ma, soprattutto, per convincerlo che il mondo fosse quasi tutto altrove.

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